Il calcio italiano è migliore di quello inglese?

Oggi una riflessione leggera, ispirata da una discussione avuta, non troppo tempo fa, con alcuni coetanei italiani, anche loro residenti all’estero – sì, lo so, a chi si trasferisce consiglio di evitare i connazionali, ma a volte le circostanze proprio non lo permettono… I ragazzi in questione, tutti grandi estimatori della Serie A, sostenevano che il campionato italiano fosse, per qualità, migliore di quello inglese; il sottoscritto era invece il solo a tessere le lodi del calcio inglese e ribadirne l’indubbia superiorità. L’argomentazione dei connazionali era sostanzialmente una: l’Italia tra poco potrebbe superare l’Inghilterra nel ranking UEFA, quindi il calcio italiano è senza dubbio migliore. In difesa del calcio inglese avrei potuto agevolmente usare un’ampia gamma di argomentazioni: gli stadi (in uno stato migliore delle nostre strutture, spesso fatiscenti), le tifoserie e quindi anche il numero di spettatori (se non avete mai provato l’atmosfera di uno stadio inglese difficilmente capirete), l’attenzione riservata ai vivai, l’organizzazione delle competizioni (cos’è la Coppa Italia a confronto con la FA Cup?). Per non umiliare i miei interlocutori, ho preferito che a parlare fosse soltanto la qualità dei giocatori in campo. E così ho sentenziato: «nella Premier League oggi giocano molti più campioni che nella Serie A». Vi lascio immaginare la reazione. Fischi, prese in giro. Le tipiche reazioni di chi, non padroneggiando l’argomento, non è in grado di contrapporre obiezioni valide. Riuscireste, per esempio, a nominare dieci grandi campioni che giocano oggi in Italia? Ci sono Higuain, Pogba… E poi? Con qualche sforzo potreste raggiungere, al massimo, quota… Leggi tutto »

L’arrivo nella nuova città: i primi giorni all’estero #2

Questo post è la continuazione dell’intervento “L’arrivo nella nuova città: i primi giorni all’estero #1“. Per meglio seguire il filo del discorso, si consiglia la lettura della prima parte. I primi giorni sono i più duri, e non solo per eventuali barriere linguistiche e problemi legati all’adattamento. I più abili giocolieri fanno volteggiare diversi birilli senza mai farli cadere. Allo stesso modo voi, novelli expat, durante le prime settimane dovrete destreggiarvi su più campi, con coordinazione e rigore organizzativo, cercando di tenere tutto insieme. Ma vediamo perché può essere estremamente impegnativo far quadrare tutto quanto. Come già spiegato, nella peggiore delle ipotesi dovrete pensare alla ricerca di una sistemazione, all’iter burocratico e alla ricerca di un lavoro. Nel caso abbiate lasciato l’Italia con la certezza di un impiego, le rogne a cui pensare saranno soltanto le prime due – saltate pure l’ultimo paragrafo – ma non pensate che avrete, per questo, vita facile. CERCARE CASA ALL’ESTERO Paese che vai, mercato che trovi. I siti di riferimento per monitorare gli annunci immobiliari variano di Paese in Paese – fate una piccola indagine e focalizzatevi sui principali e più affidabili per il Paese dove vi siete trasferiti – così come possono variare molto anche le condizioni generali d’affitto (pensate, per esempio, all’ammontare della caparra) e i documenti richiesti. Ci sono Paesi dove potrebbero persino chiedere la lettera di referenza di un landlord precedente; oppure – è il caso della Germania con lo Schufa – documenti che attestino la vostra affidabilità come pagatori.… Leggi tutto »

L’arrivo nella nuova città: i primi giorni all’estero #1

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L’aereo atterra. Se siete fortunati, vi viene riconsegnato il vostro bagaglio, che non è più una valigia di cartone, ma un colorato trolley che custodisce gelosamente tutto quello che avete ritenuto necessario per la vostra nuova vita all’estero. Sopra di voi, diverse insegne indicano la via più breve per la toilette e l’uscita dell’aerostazione: tutte in un idioma che non è più la vostra lingua madre. Se avete fatto i compiti a casa, conoscete già il modo più conveniente per raggiungere il centro; in caso contrario, improvvisate. E in un lasso di tempo mediamente compreso tra i trenta e i sessanta minuti vi ritrovate nel cuore della città che avete scelto come meta per il vostro trasferimento all’estero. Avete optato per l’albergo o per un più economico ostello? Sarete ospiti di qualche amico o parente? Poco cambia, vi muovete ora in quella direzione. Una volta arrivati a destinazione, potete finalmente sistemare i vostri pochi averi e i ben più numerosi pensieri che si affastellano adesso nella vostra testa. Con ogni probabilità sarà quello il primo attimo di tregua. E quasi certamente sarà l’ultimo che ricorderete da lì ai giorni a venire. E’ il momento in cui potrete finalmente (provare a) rilassarvi, tirare un sospiro di sollievo e dire: «è fatta, mi sono trasferito, la mia non è più un’innocua fantasia: vietato guardarsi indietro». Il cuore batterà all’impazzata, emozioni contrastanti vi confonderanno le idee: a dubbi e incertezze si accompagneranno euforia e malcelati slanci d’orgoglio. Fate un respiro profondo, godete l’attimo,… Leggi tutto »

Se Dio vuole, vi riassumo l’Italia intera

Contravvenendo alle indicazioni che io stesso ho consigliato a chi si appresta a trasferirsi all’estero, questa settimana mi sono lasciato prendere dalla nostalgia di casa e sono andato a vedere al cinema un film italiano (ricordo a chi mi legge che al momento sono di stanza in un Paese dell’Europa centro-orientale: i film italiani non sono quindi il mio pane quotidano). La pellicola in questione? Se Dio vuole di Edoardo Falcone, qui all’esordio cinematografico, prontamente premiato sia col David di Donatello sia col Nastro d’argento nel 2015, anno di uscita del film. La trama si riassume facilmente. Da una parte c’è Tommaso, padre di famiglia, medico, ateo convinto; dall’altra il figlio Andrea, un ragazzo riservato che il padre crede essere gay e che invece, una sera, sorprende tutti con un’inaspettata ammissione: «voglio diventare sacerdote». Tra i due, don Pietro: carismatico e istrionico uomo di Chiesa. Tommaso lo accusa di aver manipolato il figlio e ingaggia così una divertentissima quanto surreale battaglia. La pellicola, affidata a un cast di tutto rispetto – Marco Giallini, Alessandro Gassmann, l’immancabile Laura Morante (riuscireste a immaginare un buon film italiano di questi anni senza la sempre-affascinante attrice toscana?) – è una commedia che difficilmente potrebbe spingere lo spettatore a rispecchiarsi negli eventi che si susseguono durante il film. Il numero di famiglie che potrebbero, oggi, ritrovarsi in situazioni come quella di Tommaso e del figlio Andrea è risibile e di presbiteri alla don Pietro certo non se ne vedono molti in giro. Pur non potendo far… Leggi tutto »

Dalla produzione industriale al centro commerciale

E così ad Arese presto aprirà un nuovo centro commerciale. Il più grande d’Italia e tra i più grandi d’Europa: centoventimila metri quadri, duecentotrenta negozi, venticinque ristoranti. Numeri impressionanti, convenite? Immaginate la quantità di clienti. Dicono che ne attirerà persino dalla Svizzera. Difficile mostrarsi critici di fronte a una simile notizia… Ma a me piace andare controcorrente. E non ho neanche bisogno di attendere l’apertura per stroncare l’iniziativa! Dell’ennesimo, megagalattico centro commerciale non saprei proprio che cosa farmene. Bocciato, quindi. Bocciato senza esitazione, il tanto atteso centro commerciale di Arese! «Ma come!» direte voi «Pensa a quanti posti di lavoro offrirà una volta aperto! Il centro commerciale di Arese è destinato a diventare il simbolo di un’Italia che cresce e torna a spendere! La risposta ai gufi che parlano di crisi quando invece i ristoranti sono pieni…» – ogni riferimento a fatti o persone NON è puramente casuale. Sarà, ma della retorica dell’ottimismo faccio volentieri a meno. E per quanto possa farmi piacere sapere che migliaia di persone troveranno un impiego grazie a questo centro commerciale, non riesco a ignorare il significato simbolico di quest’apertura. Il centro commerciale di Arese sorgerà infatti in un’area che prima era parte dello stabilimento Alfa Romeo, il più grande sito produttivo della casa automobilistica milanese. Là dove un tempo neanche troppo lontano si progettavano, disegnavano e producevano automobili poi vendute in tutto il mondo, ora sorgono capannoni dismessi che, da qui a pochi mesi, saranno rimpiazzati da negozi di abbigliamento low cost e catene di ristoranti fast… Leggi tutto »

Bail-in, la psicosi collettiva è motivata?

A giudicare da quanto leggo dall’estero, mi pare di capire che nelle ultime settimane sia scoppiata in Italia una sorta di “psicosi bail-in“, alimentata dal chiacchiericcio della politica (l’hashtag #NoAlBailin lanciato dal Movimento 5 Stelle ne è un esempio) e cavalcata dai media a seconda della convenienza del caso. Penso di restituire un servizio di pubblica utilità cercando, nel mio piccolo, di fare un po’ di chiarezza sulla questione. Per cominciare, precisiamo subito cosa comporta il bail-in. Ricordate quello che è successo a Cipro non troppo tempo fa, al dilagare dell’eurocrisi? Nel 2013, quando la politica europea ha realizzato, tutto d’un tratto, che esisteva un rischio-insolvenza per la terza isola del Mediterraneo, si è deciso che a pagare non dovessero più essere i creditori istituzionali, com’era stato invece per il caso greco, ma azionisti e correntisti, con un prelievo diretto sui depositi. Che una simile prospettiva possa non piacere, è comprensibile – chi vorrebbe pagare di tasca propria i dissesti della banca? Ma ha davvero senso perdere la testa? Francamente non ne vedo la ragione. E non perché gli istituti italiani siano più solidi di quelli stranieri, ma perché le norme chiariscono subito chi ha motivo di preoccuparsi e chi no. L’eventuale bail-in, infatti, non si applicherebbe ai seguenti strumenti: i) i depositi protetti dal sistema di garanzia dei depositi, cioè quelli di importo fino a 100.000 Euro; ii) le passività garantite, inclusi i covered bonds e altri strumenti garantiti; iii) le passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela o in virtù di una… Leggi tutto »

Revenant, qualcuno dia un Oscar a DiCaprio!

Guardando Revenant, l’ultimo lavoro di Alejandro González Iñárritu, verrebbe da pensare che ad aiutarlo nello scrivere la sceneggiatura sia stato non Mark Smith, bensì Jean-Jacques Rousseau. Per tutta la sua durata, infatti, il film, che si rifà a eventi realmente accaduti – la pellicola racconta le vicende del cacciatore di pelli Hugh Glass – pare ricalcare il mito del buon selvaggio. Da una parte ci sono loro, gli uomini del mondo Occidentale e civilizzato, che mentono, tradiscono, stuprano, uccidono sprezzanti il nemico, considerato inferiore; dall’altra i “selvaggi”, gli indiani d’America che conoscono l’amore, sanno cos’è la riconoscenza e graziano, se le circostanze lo permettono, lo straniero. Fin qui, volendo, nulla di nuovo o particolarmente originale. La storia del cinema già conta diverse pellicole che hanno raccontato il mondo dei Nativi Americani con un occhio di riguardo (giusto per ricordarne un paio, “Piccolo Grande Uomo” e “Balla coi lupi”). Poi però c’è lui, Hugh Glass, egregiamente interpretato da Leonardo DiCaprio. Il personaggio non si limita a rappresentare il punto di contatto tra le due culture (la moglie, da cui il protagonista ha anche avuto un figlio, è una donna Pawnee), ma anche la condizione di un individuo qui sospeso tra forze primordiali e civiltà – vera o presunta che sia. DiCaprio si trova in questa pellicola costretto a sfidare e sopravvivere a entrambe, cosa che lo obbliga a morire e rinascere più volte (SPOILER – si pensi alla scena della sepoltura, ma anche al ventre di cavallo che diventa quasi ventre materno, ospitando il protagonista e offrendogli riparo). Quando negli anni Cinquanta del Novecento Ernst Jünger scriveva, nel suo Trattato del Ribelle, della… Leggi tutto »

Unioni civili: sia il popolo a dirimere la questione

Su queste pagine, per restituirvi un identikit del titolare del sito, ho usato le seguenti parole: «uomo, bianco, sulla trentina, italiano, non più residente in Italia». Alla descrizione avrei potuto aggiungere «scapolo, eterosessuale». Non l’ho ritenuto pertinente, eppure scapolo ed eterosessuale sono termini particolarmente carichi di significato. Se infatti dovessi mai decidere di convolare a nozze con una donna, potrei certamente farlo. E’ un diritto che ho di fatto ereditato con il mio orientamento sessuale. C’è invece chi in Italia, oggi, questa possibilità non ce l’ha. Proprio in questi giorni si parla molto di genere, orientamento sessuale, matrimonio. Personalmente non ho nessun pregiudizio verso un’eventuale estensione di un diritto che io ho di fatto ereditato, mentre altri faticano ancora oggi a avere riconosciuto. Ma la questione delle unioni civili non può essere archiviata con questa leggerezza. Il dibattito, d’altra, parte, è viziato da insopportabili polarizzazioni. Pensiamo a SvegliaItalia e Family Day. In fondo si tratta di iniziative speculari. Rappresentano due approcci ideologici inconciliabili: uno inclusivo, l’altro esclusivo. Quella a cui assistiamo è dunque una faida tra due sordi che che continuano a urlare l’un l’altro la propria verità. Cosa, questa, che preclude ogni possibilità di dialogo – quello sano, intendo. Parafrasando Villaggio / De André, è mai possibile, o porco di un cane, che le questioni in codesto reame debban risolversi tutte con scontri tra ultras? Nulla in Italia viene risparmiato a inutili strumentalizzazioni e partigianerie. In questo caso mi pare più che mai fuori luogo. Già, perché il discorso sulle unioni civili apre una questione ancora… Leggi tutto »

Luci a San Siro? No, sul Pirellone: l’abuso di Maroni

Non mi interessa, in quest’occasione, addentrarmi nella questione sulle unioni civili, sulla stepchild adoption, sulla pratica dell’utero in affitto. Vorrei invece riflettere sulla storia del Pirellone di cui avete sicuramente già letto. Roberto Maroni, Presidente della Regione Lombardia, difende così la scelta di illuminare la facciata del palazzo: Family Day. Anche questa volta i soliti professionisti del “politically correct (???)” non sanno fare altro che sputare odio e intolleranza verso chi ha opinioni diverse dalle loro. Mi fanno pena. Noi andiamo avanti per la nostra strada, che è quella giusta: riconoscere i diritti di tutti, certo, ma tutelare la famiglia naturale garantendole (come noi facciamo in Lombardia) tutti quei diritti che la nostra Costituzione repubblicana stabilisce all’articolo 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. (Roberto Maroni, dal profilo su Facebook) Qui il politically correct non c’entra nulla, così come non c’entra neanche la Carta. Fino a prova contraria, il Grattacielo Pirelli appartiene non a Maroni, ma a Regione Lombardia e Comune di Milano. La bravata – perché di questo si tratta – è stata portata a termine senza un voto del Consiglio né dell’Ufficio di Presidenza. Un’iniziativa privata, insomma, su un edificio di proprietà di un’istituzione pubblica. La decisione del Presidente della Regione rappresenta quindi, a tutti gli effetti, un abuso che lede la credibilità dell’istituzione che Maroni stesso, almeno idealmente, dovrebbe rappresentare, e offende la cittadinanza intera, rappresentandone solo una parte. Giusto per chiarire i termini della questione, il punto non è il contenuto del messaggio… Leggi tutto »

Come trovare lavoro all’estero

E così avete deciso di trasferirvi all’estero. Avete scelto la destinazione, vi siete documentati su come affrontare al meglio questa nuova avventura, avete memorizzato a dovere i tipi da evitare. C’è però un pensiero che continua a tenervi impegnati. A ben vedere, non un dettaglio di poco conto: come trovare lavoro all’estero? Qui il discorso si complica. Chi cerca un posto nella ristorazione non avrà certo le stesse necessità di chi cerca invece un lavoro da impiegato. E anche gli impiegati avranno esigenze diverse in base al settore, all’esperienza, al ruolo desiderato. Un discorso a parte andrebbe fatto invece per chi vuole intraprendere all’estero un’attività da libero professionista e necessita di clienti, piuttosto che del tradizionale datore di lavoro. Per evitare inutili complicazioni proviamo a focalizzare l’attenzione sul lavoro dipendente (per discutere di lavoro freelance ci saranno altre occasioni). In questo caso si pone subito un problema: candidarsi dall’Italia o in loco? Entrambe le opzioni sono valide, ma vanno considerate con cautela. INVIARE CANDIDATURE DALL’ITALIA I vantaggi sono evidenti: doveste avere successo, vi trasferirete nella nuova città con la certezza di un lavoro in tasca, risparmiando tempo e denaro e avendo così la possibilità di concentrarvi su altre priorità (la ricerca di una sistemazione, iter burocratici, ecc.). Il problema è che, mandando le candidature dall’Italia, rischiate di essere scartati più facilmente: perché l’azienda X dovrebbe aspettare il vostro arrivo (e assestamento), potendo contare su valide alternative già presenti sul territorio? Per ridurre questo rischio potreste “barare” (molti lo fanno), magari inserendo nel… Leggi tutto »