"The Village"di M. N. Shyamalan
Pennsylvania inizio diciannovesimo secolo, una comunità di persone è costretta a non uscire dal proprio villaggio a causa delle creature innominabili che abitano i boschi circostanti. Impossibile parlare di più della trama per non svelare particolari della straordinaria e sublime storia che M. Night Shyamalan ci racconta ancora una volta in maniera impeccabile.
La bellezza d’un film del genere la si può ritrovare sotto qualsiasi angolatura o prospettiva si decida di vederlo o analizzarlo.
Dal punto di vista registico? Perfetto in tecnica e narrazione. Da quello sociologico? Importante nell’affrontare il presente in maniera profonda ma non didascalica. Da quello cosiddetto meta-cinematografico? Straordinario nel saper mostrare cosa è realmente il Cinema.
Tecnica sublime e semplicità al servizio di ciò che si vuole mostrare. Sembra essere questa la formula di Shyamalan, non c’è mai e poi mai infatti uno sfoggio stilistico che appesantisca o renda maniera l’inquadratura e non risulta mai banale nel piazzare la macchina da presa. Bellissimi, specie nella prima parte, alcune scene nelle quali il soggetto è solo alluso o addirittura riflesso nell’acqua d’un torrente, o anche certi dialoghi nei quali viene mostrato colui o coloro che ascoltano invece di chi parla.
Il caratteristico fatto che il regista dissemina nei suoi lavori continui e spiazzanti colpi di scena, rischia d’apparire come una forzatura del racconto, messi lì apposta per stupire. Non è così. I meravigliosi colpi di scena sono infatti funzionali a far sì che chi vede non abbia certezza ma capisca piuttosto quanto sia labile il confine tra ciò che vediamo e l’effettiva realtà. Le sorprese di The Village, rischiano, infatti, d’essere ancora più complesse e spiazzante di quella tanto celebrata del Sesto Senso. Bellissime.
Il villaggio come comunità chiusa, finita lì per paranoia della cattiveria della città, ed ora circondata da creature malvagie che l’attaccano anche senza motivo, è chiara metafora dei tempi che viviamo, con colpe da ambo le parti e senza mai la presunzione (e vigliaccheria) di voler rassicurare qualcuno. The Village diventa così uno tra i film più politici di sempre, riflessione sulla nostra contemporaneità o volendo scomodare l’abusatissima formula di farci vedere gli effetti del post 11/9 in America, la nascita di nuove paranoie e la scoperta che anche nella cattiva città c’è brava gente o l’unilateralità delle decisioni di chi comanda. Il tutto senza dogmatismi o voglie di comizio, il che non è affatto roba da poco.
Quello che affascina in ogni film del regista anglo-indiano è l’innata propensione a mostrare la potenzialità e la natura della macchina Cinema. In tutti i suoi lavori, infatti, c’è un sublime lavoro sul non-mostrato, sia da un punto di vista concettuale che più pratico nelle riprese, ovvero in quello che poi ci viene mostrato dentro l’inquadratura.
Shyamalan inizialmente nel Sesto Senso e nel successivo e sottovalutato Unbreakable il personale lavoro sul non-mostrato lo ha fatto procedendo per eccesso, al contrario cioè di come lo esegue invece oggi in the Village. Nelle sue prime opere, infatti, riempiva l’inquadratura di elementi disturbanti la visione del soggetto principale, invece negli ultimi due lavori e specie in questo, procede per sottrazione. Ogni inquadratura o scena sembra non centrare mai il bersaglio, non inquadra mai o quasi il reale soggetto della vicenda pur conducendo lo spettatore a capire lo stesso e meglio ciò che vuole fargli vedere/comprendere anche attraverso un sorprendente lavoro d’insieme tra audio e montaggio video. Insomma Cinema, grandissimo Cinema che va oltre quello che è lecito aspettarsi e quello che ci hanno abituato a vedere, anche solo attraverso il non rigido e castrante rispetto dell’alternanza campo/controcampo.
The Village si candida perciò ad essere uno tra i migliori film da diversi anni a questa parte e sicuramente il più bello e straordinario di questa stagione, mentre il suo regista Shyamalan conferma d’essere la più sublime novità-realtà di tutto il cinema che ancora sa stupire ed ha voglia di rischiare. Ad avercene di geni così.
La bellezza d’un film del genere la si può ritrovare sotto qualsiasi angolatura o prospettiva si decida di vederlo o analizzarlo.
Dal punto di vista registico? Perfetto in tecnica e narrazione. Da quello sociologico? Importante nell’affrontare il presente in maniera profonda ma non didascalica. Da quello cosiddetto meta-cinematografico? Straordinario nel saper mostrare cosa è realmente il Cinema.
Tecnica sublime e semplicità al servizio di ciò che si vuole mostrare. Sembra essere questa la formula di Shyamalan, non c’è mai e poi mai infatti uno sfoggio stilistico che appesantisca o renda maniera l’inquadratura e non risulta mai banale nel piazzare la macchina da presa. Bellissimi, specie nella prima parte, alcune scene nelle quali il soggetto è solo alluso o addirittura riflesso nell’acqua d’un torrente, o anche certi dialoghi nei quali viene mostrato colui o coloro che ascoltano invece di chi parla.
Il caratteristico fatto che il regista dissemina nei suoi lavori continui e spiazzanti colpi di scena, rischia d’apparire come una forzatura del racconto, messi lì apposta per stupire. Non è così. I meravigliosi colpi di scena sono infatti funzionali a far sì che chi vede non abbia certezza ma capisca piuttosto quanto sia labile il confine tra ciò che vediamo e l’effettiva realtà. Le sorprese di The Village, rischiano, infatti, d’essere ancora più complesse e spiazzante di quella tanto celebrata del Sesto Senso. Bellissime.
Il villaggio come comunità chiusa, finita lì per paranoia della cattiveria della città, ed ora circondata da creature malvagie che l’attaccano anche senza motivo, è chiara metafora dei tempi che viviamo, con colpe da ambo le parti e senza mai la presunzione (e vigliaccheria) di voler rassicurare qualcuno. The Village diventa così uno tra i film più politici di sempre, riflessione sulla nostra contemporaneità o volendo scomodare l’abusatissima formula di farci vedere gli effetti del post 11/9 in America, la nascita di nuove paranoie e la scoperta che anche nella cattiva città c’è brava gente o l’unilateralità delle decisioni di chi comanda. Il tutto senza dogmatismi o voglie di comizio, il che non è affatto roba da poco.
Quello che affascina in ogni film del regista anglo-indiano è l’innata propensione a mostrare la potenzialità e la natura della macchina Cinema. In tutti i suoi lavori, infatti, c’è un sublime lavoro sul non-mostrato, sia da un punto di vista concettuale che più pratico nelle riprese, ovvero in quello che poi ci viene mostrato dentro l’inquadratura.
Shyamalan inizialmente nel Sesto Senso e nel successivo e sottovalutato Unbreakable il personale lavoro sul non-mostrato lo ha fatto procedendo per eccesso, al contrario cioè di come lo esegue invece oggi in the Village. Nelle sue prime opere, infatti, riempiva l’inquadratura di elementi disturbanti la visione del soggetto principale, invece negli ultimi due lavori e specie in questo, procede per sottrazione. Ogni inquadratura o scena sembra non centrare mai il bersaglio, non inquadra mai o quasi il reale soggetto della vicenda pur conducendo lo spettatore a capire lo stesso e meglio ciò che vuole fargli vedere/comprendere anche attraverso un sorprendente lavoro d’insieme tra audio e montaggio video. Insomma Cinema, grandissimo Cinema che va oltre quello che è lecito aspettarsi e quello che ci hanno abituato a vedere, anche solo attraverso il non rigido e castrante rispetto dell’alternanza campo/controcampo.
The Village si candida perciò ad essere uno tra i migliori film da diversi anni a questa parte e sicuramente il più bello e straordinario di questa stagione, mentre il suo regista Shyamalan conferma d’essere la più sublime novità-realtà di tutto il cinema che ancora sa stupire ed ha voglia di rischiare. Ad avercene di geni così.



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