Si scrive Lunàdigas, si legge femminismo posticcio

26 dicembre 2015

Lunàdigas è un web-doc dedicato alle donne che hanno deciso di non avere figli. Il progetto ha attirato il mio interesse, essendo quello delle donne senza figli un trend in crescita in tutto l’Occidente (per via del cosiddetto paradosso demografico-economico). Il documentario che però hanno montato Marilisa Piga e Nicoletta Nesler, autrici di questo lavoro, è una sorta di Childfree Pride intriso di femminismo posticcio.

Sia chiaro, chi scrive non ha nulla contro chi sceglie di non avere figli. E’ una decisione che va sempre rispettata e, in tutta onestà, stimo più una donna che decide di non avere figli per volontà personale o per semplice mancanza di un compagno adeguato, che una donna che viene presa dalla smania del figlio a ogni costo – poco importa come e con chi. Ma inquadrare decisioni individuali all’interno di un preciso framing narrativo per farne una campagna dal preciso significato ideologico è, a mio avviso, una scelta di dubbio gusto. E in poche parole, questo è Lunàdigas.

Tra l’altro non mi pare che in Italia, oggi, ci sia tutta questa pressione sociale verso le donne che scelgono di non avere figli (per non parlare poi del resto d’Occidente). Anzi, mi sembra proprio che ci sia molta discriminazione nel senso opposto: donne che non vengono assunte dal potenziale datore di lavoro perché potrebbero andare in maternità o che magari vengono assunte, ma con stipendi molto più bassi rispetto ai colleghi uomini. Non stupisce, quindi, che – eccezion fatta per Melissa P., dalle poche idee e alquanto confuse – a intervenire siano state per lo più donne appartenenti a generazioni precedenti (a partire dalle autrici stesse, che dicono di sè: «L’una porta i capelli grigi, l’altra anche»). Donne, cioè, che difendono oggi la scelta fatta quando l’Italia era un Paese molto diverso da quello attuale.

Melissa P., unica testimone di Lunadigas ancora in età da figli

Melissa P. in Lunàdigas

L’Italia, oggi, è più discreta sulla questione, al massimo si nutre qualche tacita, rispettosissima aspettativa, ma nulla di più. E fino a quando la maternità sarà prerogativa esclusiva del genere femminile, sarà lecito, comprensibile, perdonabile che questa aspettativa esista. Non si tratta, come dice Lea Melandri, di «determinismo biologico», visto che nessuno si sogna di dire che le donne, tutte le donne, sono in qualche maniera obbligate a mettere al mondo figli in virtù del proprio genere di appartenenza. Certo non si può credere di eliminare del tutto un’aspettativa che deriva non da modelli patriarcali (come qualcuno vorrebbe far credere), bensì da una semplice legge di natura. Perché se è vero che non tutte le donne sono madri, è altrettanto vero che tutte le madri sono donne.

La questione della maternità, poi, è ancora più complessa, perché parte sì da motivazioni e scelte individuali, ma ha un enorme impatto sulla società in cui noi tutti viviamo. Un Paese senza bambini è un Paese senza futuro, economicamente insostenibile (deficit di lavoratori, insostenibilità fiscale del sistema pensionistico pubblico, ecc.) e incapace di tramandare la propria cultura.
Per capire i termini della questione prendiamo l’esempio tedesco. La Germania, proprio come l’Italia, è un Paese soggetto a un significativo invecchiamento demografico e con un tasso di natalità basso. Trent’anni fa il problema è stato temporaneamente tamponato “importando” masse di lavoratori turchi che hanno contribuito all’economia tedesca non solo in termini di manodopera a basso costo, ma anche con nuove nascite. Qualcosa di simile sta avvenendo anche in Italia, ma non è detto che il processo d’integrazione funzioni alla stessa maniera e che, a portare nuove nascite, sarà un’immigrazione ragionata, selettiva come avviene in Paesi quali Australia e Canada.

Nessuno si aspetta che le donne tengano conto anche di certi aspetti quando decidono se aver figli o meno, ma questo aiuta a far capire perché la maternità è una questione che riguarda da vicino tutti, con buona pace di chi crede diversamente.