Cinque consigli per integrarsi al meglio all’estero

31 dicembre 2015

In questi tempi bui fatti di crisi economica, alta disoccupazione, iper-flessibilità lavorativa, mi sembra giusto condividere ciò che la mia esperienza personale mi ha insegnato. Chi scrive, infatti, ha lasciato il suolo natìo per costruirsi una nuova vita all’estero. Tra spostamenti vari e disavventure di ogni tipo, credo di aver appreso molto sulla mia pelle. Ho pensato bene, quindi, di creare una rubrica apposita, dedicata chi, come me, ha optato o intende optare per la fuga all’estero (oggi principalmente neo-laureati in cerca di lavoro, ma non solo).
Un manuale di sopravvivenza, insomma. Consigli in stile lifehack con l’obiettivo di ridurre il caos, l’incertezza con dritte che possano rendere piu’ gradevole la vostra avventura.

Oggi, con le basi: come integrarsi in un Paese diverso dal proprio, in una cultura estranea a quella di origine.

IMPARARE LA LINGUA PRIMA DI TRASFERIRSI
E’ alquanto improbabile ambientarsi in una nuova realtà senza prima aver prima aver abbattuto la barriera linguistica. Questo è forse l’aspetto più determinante di ogni trasferimento. Ergo, se volete ambientarvi in una realtà straniera senza vivere patemi d’animo, assicuratevi di masticare la lingua del posto PRIMA del trasferimento. Non importa essere fluenti – il perfezionamento viene col tempo, con la pratica quotidiana in loco – ma una conoscenza almeno intermedia è fondamentale per minimizzare l’iniziale senso d’isolamento.
E se la lingua in questione è amena e non ci sono corsi strutturati nelle vicinanze? Usate tutto il materiale che riuscite a racimolare su Internet e, se possibile, fate qualche mirato acquisto online. E se ho urgenza di trasferirmi e non riesco proprio a fare un corso prima di fuggire all’estero? Fate un respiro profondo e rimandate la partenza. Come diceva mia madre, la gatta frettolosa fa i gattini ciechi.

EVITARE I CONNAZIONALI, SE POSSIBILE
Non voglio passare per l’italiano con la puzza sotto il naso che prova generale disprezzo per i propri connazionali – descrizione che, a ben vedere, a volte mi si addice davvero… – ma fidatevi quando vi dico di stare alla larga dagli altri italiani quando vi trasferite all’estero. Noi expat italiani, infatti, tendiamo generalmente a fare gruppo, creando tante piccole Little Italy in giro per il mondo. Tralasciando l’irritante ipocrisia di fondo – quando siamo entro i confini nazionali odiamo quelli della vallata accanto; all’estero tutto a un tratto diventiamo compagnoni, fratelli, paisà… Ah, la convenienza! – la verità è che andare a frequentare altri connazionali finirete col parlare principalmente la vostra lingua, auto-ghetizzandovi dal resto della comunità locale. Dunque fate un piccolo sforzo, uscite dai vostri standard e socializzate con la gente del posto o eventualmente con altri stranieri. Molto probabilmente avete vissuto circondati da italiani per tutta la vostra vita: ora che avete l’opportunità di allargare i vostri orizzonti volete precludervi questa possibilità solo perché vi è più comodo interagire tra connazionali? Se proprio vi sentite isolati senza stare in contatto con altri italiani, cercate sui vari social network gruppi tipo “Italiani a X”, “Italiani in Y”, “Comunità italiana di Z”, dove X, Y e Z sono nomi di città o Paesi. Vi imbatterete in un’umanità varia, talvolta discutibile e raccapricciante (perché diciamolo: non tutti gli italiani che trovate all’estero sono esattamente persone a modo o cervelli in fuga…). Ragione in più per fare un uso limitato di certi canali.

FACCIO COSE, VEDO GENTE
Sbrigati gli obblighi burocratici e dopo aver preso familiarità con il nuovo lavoro, occorre, come priorità assoluta, lavorare alla propria vita sociale. Costruirsi delle cerchie, avere un nucleo di contatti che ci facciano sentire a nostro agio nella nuova realtà. Ecco perché è importante recuperare una certa socialità. Andare alla presentazione di un libro, iscriversi a un corso di lingua, prendere lezioni di salsa: le opzioni per interagire oggigiorno sono infinite. Anche la tecnologia viene in nostro soccorso, basti pensare a quella diavoleria di Tinder o, per esempio, agli eventi organizzati ogni giorno su MeetUp. Ogni realtà ha le sue dinamiche: per dire, nel mondo anglosassone c’è il pub, altrove i canali preferenziali potrebbero essere altri. Prendetevi del tempo per capire quali sono i migliori nella realtà locale, dopodiché concentratevi principalmente sulla costruzione della vostra nuova rete sociale.

LA PAZIENZA E’ LA VIRTU’ DEGLI EXPAT
L’adattamento a una diversa realtà sociale richiede tempo e in alcune culture è più facile che in altre. Non abbiate fretta e non siate eccessivamente severi con voi stessi nel caso in cui le cose, soprattutto i primi tempi, non vadano nella maniera che avevate immaginato. Il rischio esiste, ma non vuol dire che abbiate fallito in qualcosa e che quella del trasferimento all’estero sia stata una pessima idea. Allontanare lo sconforto e prendetevi il vostro tempo. Se poi avete la sensazione di girare a vuoto e temete di rimanere invinghiati troppo a lungo in una nuova realtà per nulla soddisfacente, provate a stabilire una sorta di timetable. Datevi degli obiettivi – a breve, medio e lungo termine – e fissate una tempistica (adeguata, non irrealistica). Avere un piano vi aiuterà ad attenervi ad esso, obbligandovi così a lavorare sulle aree deboli della vostra nuova vita all’estero.

L’AUTOCOMMISERAZIONE E’ IL PEGGIOR NEMICO
Chiunque abbia sperimentato l’esperienza del trasferimento all’estero (Erasmus e vacanze-studio non contano ai fini della riflessione) sa bene che i momenti di sconforto e nostalgia sono inevitabili. Di conseguenza, lo sono anche i dubbi: “forse ho fatto male a trasferirmi”, “immaginavo fosse diverso”, “magari dovrei rientrare, forse ora le cose sono diverse a casa”. Se però avere dubbi è nella logica delle cose e non è necessariamente un male – i dubbi ci invitano alla riflessione, a valutare costantemente i pro e i contro della nostra scelta – abbandonarsi all’autocommiserazione è quanto di più deleterio possa capitare a chi si trasferisce all’estero. Dunque sforzatevi di sviluppare l’attitudine giusta, anche nei momenti di sconforto. Non guardate indietro (a meno che non ne abbiate reali motivi) ma chiedetevi, piuttosto, come migliorare la vostra esperienza. Anche per questo, tornando al secondo punto, sconsiglio di cercare scientemente altri connazionali: noi italiani abbiamo il gusto per la lamentela, è innegabile: frequentando cerchie di italiani correreste il rischio di imbattervi in gente che, vivendo male la propria esperienza all’estero, farà di tutto per trascinarvi in un baratro di negatività e vittimismo. Proprio ciò di cui non avete bisogno.