Cinque tipi di emigrati italiani da evitare all’estero

3 gennaio 2016

Nel post “Cinque consigli per integrarsi al meglio all’esteroho esplicitamente sconsigliato, laddove possibile, di frequentare connazionali. Le principali ragioni di questa scelta sono spiegate in quel post; ora mi preme sottolineare, invece, in quali terribili tipologie di emigrato italiano potreste imbattervi mentre cercate di ricostruirvi una vita all’estero. Troverete infatti tante persone a modo, educate e ben integrate nella nuova realtà, ma quasi sicuramente vi imbatterete anche in questi tristi esemplari di emigrato italiano.

IL MISERABILE
Il miserabile vive di rimpianti, si pente della sua scelta di vita e si augura, un giorno, di rientrare in Italia, cosa che però, concretamente, non cercherà mai di fare, per non perdere così la possibilità di lamentarsi. Il miserabile è il nostalgico per eccellenza, guarda costantemente al passato, non con la lucidità di chi ricorda anche i motivi che l’hanno spinto a trasferirsi all’estero, ma con quel velleitario idealismo tipico di chi non ha nulla di meglio da fare che lagnarsi. Delle cinque categorie di italiani all’estero è sicuramente il più nocivo e pericoloso, perché ammorba con la sua nenia chiunque gli sieda accanto, tanto più se italiano anche lui. Succhierà la vostra energia, spegnerà ogni vostro slancio vitale, rendendo più difficile l’adattamento alla nuova realtà, nella speranza, così, di convincere anche voi su quanto faccia schifo la nuova vita all’estero. Isolatelo o diventerete come lui.

LO PSEUDO-ASSIMILATO
Riconoscere lo pseudo-assimilato è un gioco da ragazzi. Due sono le sue peculiarità. L’ossessione con cui si sforza di apparire come uno del posto (o quasi) – pienamente accettato e integrato – e l’odio radicale (e radicato) per il Paese d’origine. Lo pseudo-assimilato vuole a tutti i costi prendere le distanze da tutto ciò che l’Italia è o rappresenta; esalta invece ogni aspetto del Paese d’adozione, a priori, senza neanche sforzarsi di apparire obiettivo. Per dire, anche di fronte a quella che chiunque in Italia considererebbe una baggianata, lo pseudo-assimilato scatta con un impeto di orgoglio che neanche quelli originari del Paese d’adozione sfoggerebbero. Va bene l’integrazione, va bene la gratitudine verso il Paese che ti ha accolto, ma a tutto c’è un limite.
Molto spesso, poi, lo pseudo-assimilato, nel disperato tentativo di farsi accettare da quelli del posto, farà suoi anche i tratti peggiori della popolazione locale, cosa che ve lo renderà doppiamente antipatico. Nella sostanza è un tipo innocuo, ma di una pesantezza inimmaginabile. E poi, come diceva Tyler Durden in Fight Club: «infilarti le piume nel culo non fa di te una gallina».

IL CAINO
Italiani, brava gente? A giudicare da questa tipologia – ahinoi tristemente diffusa ovunque vi sia una forte presenza italiana – verrebbe da credere il contrario. Il caino è l’italiano che in qualche maniera è riuscito a ritagliarsi una zona di comfort nel nuovo Paese, magari dopo un paio d’anni di difficile assestamento e sacrifici. Per questa ragione vive con l’ossessione che qualcuno possa andare a rubare o intaccare quel benessere tanto faticamente costruito. E’ un po’ il Gollum della situazione. Temendo che altri connazionali possano presentarsi sulla piazza, magari rovinandola, descriveranno una realtà rovinosa a chiunque chieda com’è vivere da quelle parti e si prodigheranno in consigli falsi e ingannevoli, nella speranza di tener lontani gli altri connazionali. Che il tesoro da proteggere sia un mercato del lavoro favorevole, il basso costo degli immobili o la disponibilità delle ragazze del posto, poco cambia: il caino cerchierà sempre di arginare quel fenomeno migratorio che l’ha portato lì. Solidarietà, questa sconosciuta.

L’ISOLAZIONISTA
A differenza del miserabile, l’isolazionista non prova necessariamente nostalgia di casa. Il nuovo Paese tutto sommato gli sta bene, ma fatica a integrarsi con i locali. Le ragioni possono essere diverse: barriere linguistiche, abnormi differenze culturali, attitudine della gente del posto (spesso percepita come fredda o distante), difficoltà nello stabilire connessioni durature. A forza di evitare i locali (o di essere a sua volta evitato), l’isolazionista finisce per creare cerchie di soli connazionali. Italiani, che parlano italiano, mangiano italiano e ripetono gesti e riti tipicamente italiani (la pizzata, la Serie A la domenica e via dicendo). E’, insomma, la versione 2.0 delle dinamiche che un secolo fa, hanno portato alla creazione di Little Italy e altri ghetti italiofoni. Con la differenza che negli anni Venti del Novecento il fenomeno aveva un suo perché; oggigiorno, che a espatriare sono per lo più studenti neo-laureati che si presuppone parlino le lingue e godono di tutti i possibili strumenti per socializzare offline e online, fa un po’ sorridere.

SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO
Questo profilo corrisponde all’emigrato di lunga data, quello che vive da anni nella nuova realtà e non soffre problemi d’integrazione di sorta. La sua non è nostalgia per la vecchia vita italiana, ma piuttosto per la vecchia vita da emigrato. Negli anni, infatti, ha visto cambiare (sempre in peggio) il suo Paese d’adozione, guadagnando così la possibilità di lamentarsi dell’attuale situazione. Ecco allora che non perderà tempo per ricordare a tutti i nuovi arrivi che o si stava peggio: è l’emigrato di lunga data, non ha nostalgia di casa ma neanche stravede per la nuova sistemazione, che ha visto cambiare (sempre in peggio) nel tempo. Non perderà occasione per precisarlo ai nuovi arrivi: «era più facile per gli italiani trovare lavoro», «un tempo gli affitti costavano meno», «prima lo Stato ti dava soldi per ogni cosa», «le ragazze un tempo erano più facili»… Il repertorio può cambiare in base al background culturale della persona in questione, ma la noia che genera resta immutata.