Chi crede che il credente, oggi, non creda più

6 gennaio 2016

Stando ai recenti dati pubblicati dal Foglio, le chiese oggi attirano un numero esiguo di fedeli. Constatazione dell’ovvio. Qualche anno fa, invece, un sondaggio del Giornale ci aveva raccontanto un altro aspetto interessante del cristianesimo odierno: in Italia, molti di quanti si professano cristiani, in realtà conoscono poco o nulla in materia di religione. Se a tutto questo aggiungiamo anche la crisi delle vocazioni, è chiaro che il cristianesimo oggi vive tempi difficili, almeno in Europa e, nella fattispecie, in Italia.

Ognuno legge il fenomeno un po’ a modo suo. C’è chi dice che sia colpa (o merito) della secolarizzazione; chi trova negli scandali degli ultimi anni la causa primaria di questa disaffezione; chi accusa la Chiesa di essersi ammorbidita troppo su certe posizioni e chi invece la considera retrograda, incapace di apparire moderna agli occhi dei più.

Un approccio diverso aveva provato ad abbozzarlo, anni fa, Maurizio Ferraris in un suo pamphlet dal titolo alquanto provocatorio: “Babbo Natale, Gesù adulto”. Il professore di filosofia teoretica si poneva all’epoca un semplice interrogativo: in che cosa crede chi crede? Lo spunto poteva dare inizio a una riflessione originale e brillante; purtroppo, però, l’argomento è stato poi sviluppato in modo a mio avviso fazioso e poco serio. All’autore, infatti, non interessava davvero indagare i termini della questione bensì muovere una polemica precisa e avvalorare, così, la propria tesi, che però era viziata da fallacie di fondo, nel metodo, e forzature varie. L’argomento richiederebbe lunga digressione e non è escluso che possa farne argomento per un post successivo, magari all’interno della rubrica “Bocciati”; per il momento, però, vorrei limitarmi a raccogliere lo spunto offerto da Ferraris.

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La copertina del pamphlet di Maurizio Ferraris

Il docente, chiendosi se i cristiani oggi credono nella risurrezione, pilastro della fede cristiana, arrivava alla conclusione che no, ormai non ci crede più nessuno, di conseguenza non ha più senso parlare di ritorno del cristianesimo, essendo l’Occidente secolarizzato molto lontano dalle posizioni ufficiali della Chiesa, credenti per primi. Oggi tutt’al più si crede in un Dio privato, lontano dai dogmi della Chiesa: chi dice di credere, dunque, ha di fatto sviluppato una religione propria, individuale, una religione del cuore che non è più, secondo Ferraris, ascrivibile alla tradizione cristiana.

La teoria ha sicuramente un fondo di verità, ma le cose potrebbero non stare esattamente nei termini posti da Ferraris – e qui mi ricollego agli articoli citati all’inizio. Di quali cristiani stiamo infatti parlando? Quali sarebbero questi cristiani che, stando alle parole del professore, non credono più nella risurrezione? Provate a interrogare i fedeli all’uscita dalla chiesa una domenica mattina. Chiedete loro cosa credono che accadrà dopo la morte. Pensate davvero che non faranno riferimento alla «vita del mondo che verrà»? Dove sono, allora, questi credenti che oggigiorno non credono più a niente? Urge a questo punto una distinzione.
Da una parte c’è lo zoccolo duro, composto da fedeli grossomodo praticanti, che conoscono l’argomento a sufficienza e riconoscono i pilastri della fede cristiana (risurrezione compresa); dall’altra la massa chiassosa di quanti si dichiarano credenti per abitudine o senso di appartenenza culturale. Gente, cioè, che con ogni probabilità non mette piede in chiesa da anni, non ha familiarità con i principi basilari della fede ed è estranea all’aspetto comunitario del mondo cristiano. Chiaramente non sta né a Ferraris né al sottoscritto stabilire se costoro hanno i titoli per dichiararsi credenti o meno. Ma certo non stupisce che questa componente, forse maggioritaria ma non per questo più rappresentativa, messa di fronte a un interrogativo imponente, complesso come quello della risurrezione, potrebbe non avere gli strumenti o l’adeguata preparazione per fornire una risposta in linea con la dottrina cristiana.

Vuol dire questo che il cristianesimo ufficiale, tradizionale è morto? Forse per Ferraris sì; chi scrive non può che storcere il naso. Ci sono almeno tre ragioni per cui, diversamente da quanto suggeriscono dati e numeri, il cristianesimo a me sembra vivo e vegeto. Innanzi tutto lo zoccolo duro che crede nei precetti, nei sacramenti e nei dogmi esiste ancora: il fatto che oggi sia un gruppo più compatto non è necessariamente da leggersi come un presagio della fine (alcuni direbbero “meglio pochi, ma buoni”). Secondo, il cristianesimo, sopravvissuto a guerre di religione, Kulturkampf e missioni nello spazio, ha già attraversato, in passato, periodi di maggiore “elasticità”: si pensi all’etica della situazione (casistica) proposta dai gesuiti, che costò alla Compagnia di Gesù la critica di lassismo morale da parte di quanti, invece, volevano una morale ferrea, chiara, definita. Ferraris avrebbe forse dato per spacciato il cristianesimo anche nel Seicento. Infine il proliferare di questa fede nuova, la religione del cuore, non segna la fine del cristianesimo tutto – semmai la messa in discussione di un cristianesimo dogmatico – ma il messaggio di fondo sembra essere ancora intatto. Visti i tempi bui in cui viviamo, direi che è una buona notizia.