Jürgen Klopp e l’etica della responsabilità

16 gennaio 2016

Tra poche ore due eterne rivali scenderanno in campo: Liverpool e Manchester United. A guidarle, due allenatori che si sono già sfidati nel recente passato: Jürgen Klopp e Louis van Gaal. Uno tedesco, l’altro olandese – tanto per ribadire ulteriormente la rivalità. I due si incontreranno per la prima volta dopo il poderoso 3-1 rifilato nel febbraio 2011 dal Borussia Dortmund, all’epoca allenato da Klopp, al Bayern Monaco di van Gaal. Difficile dire chi avrà la meglio ora che i due allenatori si trovano a gestire squadre diverse, entrambe nel pieno di una delicata fase di transizione.

C’è poi un aneddoto che vale la pena ricordare. quando il tecnico olandese allenava ancora il Borussia Dortmund, il nome di Klopp era accostato proprio a quel Manchester United, oggi rivale. Il trasferimento non si concretizzò mai, ma come ha ribadito in diverse occasioni lo stesso Klopp, a Manchester lui non sarebbe comunque andato. Sulla ragione tornerò a breve.

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Coreografia dei tifosi del Borussia Dortmund in onore di Jürgen Klopp

C’è stato un tempo in cui la parola aveva un valore. In cui le promesse venivano onorate e le scelte erano coerentemente portate a termine. C’è stato un tempo in cui le persone si assumevano le responsabilità delle proprie azioni e l’integrità di un individuo era, se non tutto, aspetto sicuramente non trascurabile.
Oggi viviamo in un’epoca assai diversa, lo riscontriamo in qualsiasi aspetto della vita, dalle relazioni affettive al mondo lavorativo: coppie che prima si scambiano promesse solenni, rinnegano tutto dopo un paio d’anni, quando incombono le prime difficoltà; aziende che un giorno dicono di apprezzare il lavoro dei propri dipendenti, il giorno dopo li mettono alla porta senza troppi indugi. Verrebbe da pensare che non sia rimasto nulla di quel tempo.

Poi, però, ci sono loro. Uomini come Klopp, che, pur essendo nati e cresciuti in questo contesto storico-sociale, non si può dire che appartengano propriamente a questa epoca. E no, non è questione di forma. Qui non c’entrano Claudio Ranieri e i suoi modi garbati da uomo – per l’appunto – d’altri tempi (le scomposte esultanze del tecnico tedesco di certo non appartengono dello stesso immaginario): parlo piuttosto della volontà di vivere secondo quella che io definirei un’etica della responsabilità, cosa sicuramente poco comune al giorno d’oggi. E se non stupisce che Klopp abbia passato l’intera sua carriera da calciatore vestendo una sola maglia, quella del Magonza, non stupisce nemmeno il suo desiderio di rimanere a Dortmund per coerenza, con professionalità:

Non avrei potuto lasciare Dortmund. Questo è quanto. Sei ad aprile, nel mezzo della pianificazione della prossima stagione. […] Hai questo giocatore e quest’altro ancora e questo giocatore che sta per arrivare… Ma poi tu non sei più lì. Non funziona così. Non nella mia vita. […] Non ho sentito di offerte reali, ma anche se ci fossero state non avrei accettato. Dovevo prima completare il mio lavoro col Dortmund e poi pensare alle altre cose. Forse non è da furbi, ma io sono fatto così.
[Jürgen Klopp sul trasferimento al Manchester United, traduzione libera dalla conferenza stampa]