Ha ancora senso dirsi europeisti in questa Europa?

21 gennaio 2016

E’ opinione diffusa che questa Europa unita, pur essendo partita dalle migliori premesse, sia finita col diventare qualcos’altro. In principio, infatti, la cooperazione tra i principali attori europei aveva un fine prettamente economico. A questa iniziale concezione di Europa nel corso degli anni si è sostituita una nuova idea, più ambiziosa e di natura politica. Il passaggio dalla Comunità (economica) Europea all’Unione (politica) Europea ha di fatto ufficializzato questo nuovo approccio e, per cementificare l’unione, si è deciso di ricorrere alla moneta unica, ignorando le enormi differenze che, anche solo sul piano economico, intercorrevano tra i Paesi membri. La crisi greca è figlia della scarsa lungimiranza di allora: riunendo sotto la stessa moneta economie con una forta vocazione mercantilistica e Paesi dall’export pressochè inesistente, l’esito finale non poteva che essere quello attuale. Non si capisce, poi, come si sarebbe mai potuto conciliare il timore tipicamente tedesco per l’inflazione col vizietto della svalutazione, tipico invece delle economie con propensione all’indebitamento. Ma tant’è…

Per ribadire le finalità politiche della nuova Europa unita si è poi corsi a fagocitare i Paesi dell’ex blocco sovietico per sottrarli così alla sfera d’influenza russa.
La rapida espansione a est è stata l’altra grave ingenuità di questi anni, innanzitutto perché si sono incluse realtà che non appartengono pienamente allo stesso orizzonte culturale (e quindi politico, economico, sociale) dei primi dodici Paesi membri; in secondo luogo, perché alcune economie dell’ex blocco sovietico scontano le medesime fragilità strutturali della Grecia (corruzione, evasione, export inesistente, ecc.) e questo espone l’Unione Europea a ulteriori rischi.

Europa, la statua presente all'Espace Léopold di Bruxelles

Europa, la statua presente all’Espace Léopold di Bruxelles

Lo scenario attuale non promette nulla di buono. Abbiamo, da una parte, un’eurozona a due velocità e a forte rischio d’implosione; dall’altra, i Paesi dell’Europa centro-orientale, non necessariamente appartenenti all’eurozona, verso cui, ogni anno, i contribuenti d’Europa – compresi quelli delle economie centrali oggi in difficoltà – riversano miliardi e miliardi, in quella che di fatto è una grande speculazione travestita da Piano Marshall (nell’Europa centro-orientale i fondi strutturali hanno un peso che si aggira attorno al 2-3% del Pil; spesso superano gli investimenti diretti esteri). Per dire, la Polonia, che non a caso ha continuato ininterrottamente a crescere anche nel pieno dell’eurocrisi, ha goduto di investimenti pari a 102 miliardi di Euro per il settennio 2007-2013; altri 106 miliardi di fondi strutturali sono invece garantiti per il 2014-2020.

La cosa più incredibile è che stiamo finanziando governi a cui importa ben poco della questione europea – con l’opportunismo tipico di quell’area geografica pensano solo a sfruttare la gallina dalle uova d’oro, mentre entro i confini nazionali fanno demagogia becera contro quella stessa Europa che li sostiene – ma che hanno tutto l’interesse a prendere il nostro posto negli equilibri politici europei. Restando al caso polacco, se la Polonia dovesse continuare a crescere a questi livelli, entro il 2020 potrebbe raggiungere un Pil superiore a quello di Italia, Spagna e Portogallo. Si è passati dunque dalle sinergie della Comunità Europea, che promuoveva la cooperazione economica tra i Paesi membri, alle poderose logiche redistributive dell’Unione Europea, con effetti distorsivi non di poco conto. Inoltre il rischio per i Paesi dell’area mediterranea è che si faccia del Sud Europa quello che l’Italia, dopo l’Unità, ha fatto con il Meridione, quando si è deliberatamente sacrificata un’area geografica a vantaggio esclusivo (o quasi) di un’altra. Qualora le cose non dovessero cambiare, da qui a dieci anni il motore d’Europa sarà franco-tedesco-polacco; il potere economico di Paesi come Italia e Spagna verrà invece pesantemente ridimensionato – complici un’opinione pubblica non-informata, indifferente e una classe dirigente incapace non solo di gestire economia nazionale e finanza pubblica, ma anche di rappresentare gli interessi locali nelle apposite sedi europee.
Per Paesi come l’Italia, dunque, l’Unione Europea rappresenta un’occasione mancata, il simbolo di un tramonto che forse saremmo comunque stati destinati a testimoniare, date le premesse di cui sopra. Ma, al di là dei singoli casi, questa Europa unita è anzitutto qualcosa di molto diverso da quello in cui molti avevano creduto.

Forse è ancora possibile aggiustare il tiro. Se l’alternativa è gettare via il bambino con l’acqua sporca vale la pena provare. D’altra parte, tornare indietro, all’Europa degli albori, non si può. Occorre allora limitare i danni e, per quanto riguarda nello specifico il caso italiano, salvaguardare quel che resta dei nostri interessi. Nel frattempo, alla domanda se ha ancora senso dirsi europeisti, non potremo che rispondere: forse, ma con enormi riserve. Perche’ alla storia del «lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più» ormai non crede più nessuno e il cittadino-elettore non ha certo bisogno di nuove favole.
La realtà, prima o poi, bussa sempre alla porta. Non vorremmo un giorno fare i conti con l’amara scoperta che, nell’ignoranza e nell’indifferenza generale, il Paese è tornato a essere una mera «espressione geografica».