Revenant, qualcuno dia un Oscar a DiCaprio!

25 gennaio 2016

Guardando Revenant, l’ultimo lavoro di Alejandro González Iñárritu, verrebbe da pensare che ad aiutarlo nello scrivere la sceneggiatura sia stato non Mark Smith, bensì Jean-Jacques Rousseau. Per tutta la sua durata, infatti, il film, che si rifà a eventi realmente accaduti – la pellicola racconta le vicende del cacciatore di pelli Hugh Glass – pare ricalcare il mito del buon selvaggio.
Da una parte ci sono loro, gli uomini del mondo Occidentale e civilizzato, che mentono, tradiscono, stuprano, uccidono sprezzanti il nemico, considerato inferiore; dall’altra i “selvaggi”, gli indiani d’America che conoscono l’amore, sanno cos’è la riconoscenza e graziano, se le circostanze lo permettono, lo straniero. Fin qui, volendo, nulla di nuovo o particolarmente originale. La storia del cinema già conta diverse pellicole che hanno raccontato il mondo dei Nativi Americani con un occhio di riguardo (giusto per ricordarne un paio, “Piccolo Grande Uomo” e “Balla coi lupi”).

Poi però c’è lui, Hugh Glass, egregiamente interpretato da Leonardo DiCaprio.
Il personaggio non si limita a rappresentare il punto di contatto tra le due culture (la moglie, da cui il protagonista ha anche avuto un figlio, è una donna Pawnee), ma anche la condizione di un individuo qui sospeso tra forze primordiali e civiltà – vera o presunta che sia. DiCaprio si trova in questa pellicola costretto a sfidare e sopravvivere a entrambe, cosa che lo obbliga a morire e rinascere più volte (SPOILER – si pensi alla scena della sepoltura, ma anche al ventre di cavallo che diventa quasi ventre materno, ospitando il protagonista e offrendogli riparo).

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Una scena del film

Quando negli anni Cinquanta del Novecento Ernst Jünger scriveva, nel suo Trattato del Ribelle, della necessità di un passaggio al bosco (Waldgang), con ogni probabilità si riferiva a qualcosa di molto diverso da quanto raccontato nel film di Iñárritu. Eppure non è poi così difficile scorgere nel DiCaprio di Revenant traccia di quell’impeto che spinge l’individuo a opporre resistenza, a non lasciarsi vincere.
Il ritorno al bosco è in questo caso anche letterale, con il protagonista che deve fare i conti con una natura ora generosa, benevola (SPOILER – diverse volte nel corso del film gli salva la vita), ora ostile; ma per noi uomini del XXI secolo la storia di Hugh Glass non può che assumere soprattutto i tratti della metafora.

Leonardo DiCaprio si fa con Revenant perfetto interprete di quel bisogno jüngeriano. Sarebbe quindi il caso di riconoscere i giusti meriti a questo grande attore. Speriamo stavolta lo capisca anche l’Academy.