Bail-in, la psicosi collettiva è motivata?

26 gennaio 2016

A giudicare da quanto leggo dall’estero, mi pare di capire che nelle ultime settimane sia scoppiata in Italia una sorta di “psicosi bail-in“, alimentata dal chiacchiericcio della politica (l’hashtag #NoAlBailin lanciato dal Movimento 5 Stelle ne è un esempio) e cavalcata dai media a seconda della convenienza del caso. Penso di restituire un servizio di pubblica utilità cercando, nel mio piccolo, di fare un po’ di chiarezza sulla questione.

Per cominciare, precisiamo subito cosa comporta il bail-in.
Ricordate quello che è successo a Cipro non troppo tempo fa, al dilagare dell’eurocrisi? Nel 2013, quando la politica europea ha realizzato, tutto d’un tratto, che esisteva un rischio-insolvenza per la terza isola del Mediterraneo, si è deciso che a pagare non dovessero più essere i creditori istituzionali, com’era stato invece per il caso greco, ma azionisti e correntisti, con un prelievo diretto sui depositi.

Che una simile prospettiva possa non piacere, è comprensibile – chi vorrebbe pagare di tasca propria i dissesti della banca? Ma ha davvero senso perdere la testa? Francamente non ne vedo la ragione. E non perché gli istituti italiani siano più solidi di quelli stranieri, ma perché le norme chiariscono subito chi ha motivo di preoccuparsi e chi no. L’eventuale bail-in, infatti, non si applicherebbe ai seguenti strumenti:

i) i depositi protetti dal sistema di garanzia dei depositi, cioè quelli di importo fino a 100.000 Euro; ii) le passività garantite, inclusi i covered bonds e altri strumenti garantiti; iii) le passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela o in virtù di una relazione fiduciaria, come ad esempio il contenuto delle cassette di sicurezza o i titoli detenuti in un conto apposito; iv) le passività interbancarie (ad esclusione dei rapporti infragruppo) con durata originaria inferiore a 7 giorni; v) le passività derivanti dalla partecipazione ai sistemi di pagamento con una durata residua inferiore a 7 giorni; vi) i debiti verso i dipendenti, i debiti commerciali e quelli fiscali purché privilegiati dalla normativa fallimentare.

(dal documento della Banca d’Italia “Che cosa cambia nella gestione delle crisi bancarie”)

Le passività non esplicitamente escluse possono essere sottoposte a bail-in, ma questo in sostanza avviene per i depositi superiori a 100.000 Euro e per le passività non garantite. Ora, per depositi superiori a quella soglia posso solo consigliare di dare retta agli inglesi: “never put all your eggs in one basket“, mai mettere tutte le uova in un solo paniere. Nel caso, invece, di obbligazioni non garantite consiglierei di dare una lettura più approfondita alle norme vigenti e, nel caso, consultare un esperto. Fine della questione. Ci voleva tanto? Era davvero necessario tutto questo immotivato allarmismo?

Qualcuno continuerà comunque a gridare allo scandalo e indignarsi, ma se guardiamo alle alternative forse il bail-in è persino il minore dei mali. All’indistinta socializzazione delle perdite in caso di bailout, quando a rimetterci sono tutti i contribuenti, trovo preferibile un’operazione dove l’insolvenza viene coperta soltanto da azionisti e creditori dell’istituto in crisi (tra l’altro non tutti, come spiegato, e secondo precise condizioni e limiti).

Questo, inoltre, dovrebbe finalmente obbligare i cittadini a rivedere il loro modo di approcciarsi al risparmio, inducendo il potenziale correntista a scegliere in maniera oculata la propria banca e a investire solo dopo aver compreso pienamente i rischi associati.
Si tratta di norme di buonsenso già assodate altrove; in Italia, dove purtroppo si sconta ancora un forte analfabetismo economico, c’è molta strada da fare.
Le inutili polemiche sul bail-in delle ultime settimane ne sono la conferma.