I monopolisti dell’ambientalismo

1 maggio 2016

Questo intervento non vuole essere una stroncatura di “A new story for humanity” – se così fosse trovereste il post tra le mie bocciature – ma il documentario ha ispirato la seguente riflessione quindi cominciamo col dire di che cosa si tratta.
A new story for humanity è una raccolta di testimonianze ispirata dall’esperienza del New Story Summit, un evento organizzato dalla Fondazione Findhorn, di cui vi invito a leggere una presentazione più articolata qui. L’interesse per le questioni riguardanti l’ambiente mi ha spinto a partecipare alla premiere di questo documentario e ho così avuto modo di riflettere su quello che ritengo essere l’errore di fondo di numerose iniziative che fanno dell’ambientalismo il proprio cavallo di battaglia.

Definire quest’errore in parole semplici mi risulta difficile, evidentemente non ho il dono della sintesi. Potrei scrivere di spirito settario, ma sarebbe fuorviante, soprattutto pensando proprio a esperienze come quella della Fondazione Findhorn, che raccolgono change makers e attivisti da ogni parte del mondo. Propensione all’auto-ghettizzazione, allora? Rende meglio l’idea, ma non basta a riassumere quello che intendo.

Il cambiamento – quello vero, sistemico – richiede grandi numeri. Numeri infinitamente superiori a questa o quella organizzazione / comunità. Come precisato anche nella parte finale del documentario, quando si tratta di ambiente, educazione, sostenibilità ci sono molti attori in gioco. Tutti operano all’intero di un sistema disorganizzato, dove regna una scarsa comunicazione tra le parti. In un contesto del genere il buonsenso inviterebbe a cercare il fattore aggregante, l’elemento comune in grado di riunire sotto un’unica bandiera iniziative ispirate da orientamenti differenti. Solo così si possono ottenere i numeri per un cambiamento reale, di paradigma.

Quello che invece spesso avviene negli ambienti green è qualcosa di completamente diverso. Si tende a mettere tutto dentro il pentolone, indistintamente. «Dobbiamo costruire un movimento che connetta ecologia, giustizia sociale e cosmologia, usando il potere dei sogni, delle storie, dell’arte, dell’azione», dice uno degli intervistati in A new story for humanity. E invece no, proprio lì sta l’errore! Nel voler fare dell’environmental awareness un’enorme macedonia in salsa new age, come se quest’approccio, poi, fosse anche il più diffuso. La questione ambientale riguarda tutti, non solo un nugolo di fricchettoni fermi al sessantotto. E questo voler forzare la questione ambientale dentro una sorta di pacchetto preconfezionato – lo chiamerei “bundling ideologico” – finisce con l’allontanare tantissimi individui che pur sarebbero interessati alle tematiche ambientali, ma finiscono col disperdersi, non ritrovandosi nell’offerta auto-segregante di certi movimenti e organizzazioni.