Vacchi e il vuoto esistenziale dell’italiano medio

18 agosto 2016

Ho meditato a lungo se scrivere o meno questo post. Non mi andava di contribuire all’ingiustificato chiacchiericcio sulla figura di Gianluca Vacchi. Il punto è che non c’è neanche una valida ragione per parlare di un personaggio così irrilevante. In un Paese normale non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo – questa sarebbe un’ovvietà – ma l’Italia, non mi stancherò mai di ripeterlo, non è un Paese normale e dunque eccomi qui, a scrivere anch’io di questo Peter Pan quasi cinquantenne che tanto spopola sui social network.

Gianluca Vacchi, l'imprenditore stile Guantanamo

Gianluca Vacchi, l’imprenditore stile Guantanamo

Per prima cosa proviamo a definire Gianluca Vacchi.
Interrogato sulla questione, il viveur bolognese non ha alcun dubbio: imprenditore di successo. Ma cosa avrà mai fatto di tanto superlativo quest’uomo? Fondato la Apple italiana? Ideato un business innovativo? Dato lavoro a migliaia di persone? Nulla di tutto questo. Anzi, come spiegato da diverse testate, l’attività imprenditoriale del personaggio è tutto, fuorché esaltante: basti pensare che il nostro eroe non ha mai restituito alla Banca Popolare di Verona un prestito di 10,5 milioni di euro ottenuto nel lontano 2008. La First Investments spa – principale attività del dandy più chiacchierato dell’estate – non ha potuto rimborsarlo. Chi se ne frega, «enjoy» – direbbe il viveur.
In realtà, Gianluca Vacchi deve molto all’azienda di famiglia, l’IMA, di cui possiede il 30% delle quote. L’azienda, però, è amministrata dal cugino Alberto, mica da Gianluca, che fin qui può dunque definirsi ereditiere e scialacquatore. Che dire poi di quell’orda ingiustificata di fan? Il fantomatico imprenditore ha dato prova di non sapere che cosa farsene: avrebbe potuto monetizzare la popolarità sui social network, ma finora non è riuscito neanche in quello. Nonostante quasi quattro milioni di fan su Instagram.

Solo lì, nel più inutile di tutti i social network, un personaggio del genere poteva trovare terreno fertile. Instagram, dove tutti pretendono di fare la dolce vita condividendo pubblicamente scatti resi ancora più glamour da filtri capaci di trasformare in dive le più insignificanti sgallettate di provincia o in adoni, ingrigiti e tamarrissimi pseudo-imprenditori di successo. Insomma, se Facebook ci ha abituati al narcisistico rito masturbatorio della condivisione, tra “amici”, delle nostre vite perfette, Instagram (non a caso acquisita da Facebook nel 2012) ha portato questa smania a un livello superiore. Ora si fa sfoggio pubblicamente, senza ritegno, di fronte a migliaia di voyeur, invidiosi e adoranti. Alcuni esempi? Ai rich kids britannici si sono subito contrapposti i figli degli oligarchi russi, ma anche le madri di questi viziatissimi rampolli hanno dimostrato di non essere da meno. Tutti impegnati in prima linea a mostrare in pubblica piazza sfarzo e miseria umana. Insomma, persino su Instagram Vacchi non ha inventato nulla. E’ solo uno dei tanti che ostentano ricchezza – atto di una cafonaggine estrema, tra l’altro – per dare un’idea di successo, al di là dei meriti effettivi (alla stregua dei figli di papà inglesi e russi o delle shopping wives).

Al lusso e ai balletti demenziali, Vacchi aggiunge anche la boria di chi pretende d’aver capito tutto della vita. E così c’è spazio anche per il momento didascalico, riassunto appunto nel motto “enjoy”. Intervistato dal Corriere della Sera, Vacchi spiega:

Noi viviamo nella presunzione di eternità e ci dimentichiamo che siamo di passaggio. Durante questo passaggio dobbiamo fruire di tutto quello che la vita ci offre. “Enjoy” significa “Vivete la vita”, “Godete la vita”, “Vivi la vita in tutte le sue sfumature”. Ed è anche il titolo del libro che ho scritto per spiegare me e questa mia filosofia.

Insomma, un novello Epicuro. Ci serviva Vacchi per comprendere a pieno il senso di una condotta edonistica dell’esistenza. Peccato che il fulcro della tanto incompresa etica epicurea fosse molto diverso da quello proposto dal Vacchi-filosofo: «Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci», scriveva Epicuro a Meneceo diversi secoli prima dell’uscita di Enjoy.

I suoi sostenitori diranno che le mie sono parole d’invidia – questa è la principale accusa che viene rivolta ai detrattori dell’Epicuro nostrano. Ma come può, gente cresciuta con altri valori, provare invidia per una figura che non si stima minimamente? A dirla tutta, poi, a me Gianluca Vacchi fa anche un po’ pena. Come personaggio, per la farsa che si trova a recitare ogni santo giorno; come uomo, per aver fallito laddove si presuppone che un uomo della sua età abbia dovuto realizzarsi; come semplice individuo, perché non si rende conto di essere non solo la triste, demenziale espressione di quell’Italia vuota, materialista e superficiale di cui ho scritto di recente, ma anche un idolo in quel Paese che, notoriamente, prende a modello fenomeni da baraccone.
I vestiti di marca, la macchina sportiva, una fidanzatina vent’anni più giovane, la spacconaggine del vincente: Vacchi è esattamente il tipo di modello che produce orde di sfigati col Ferrarino preso a noleggio che vivono di leasing intestati ad aziende a un passo dal fallimento. I tanti “cumenda” col rolex al polso e i debiti in banca. Ma l’importante è far scena, dare l’idea, vendersi.
Per quello che non si è, ma questi in Italia sono dettagli.