Fertility Day: in difesa di Beatrice Lorenzin

2 settembre 2016

La gente vede solo quello che vuole vedere. Soprattutto se con la coda di paglia o in malafede.
Basterebbe questa frase per archiviare l’intera polemica sul Fertility Day, ideato e promosso dal Ministro della salute, Beatrice Lorenzin. Ma vediamo di capire perché il polverone sollevato dalle cartoline promozionali dell’iniziativa, oltre che pretestuoso, è anche fuori luogo.

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Fertility Day, una delle cartoline incriminate

Quando si analizza un testo bisogna sempre tenere presente chi quel messaggio l’ha confezionato. Si tratta del più elementare processo di decodifica, grazie al quale possiamo inquadrare il senso del messaggio, evitando interpretazioni distorte.
Partiamo quindi da una semplice costatazione: l’ideatore della campagna è il Ministero della Salute. Questo ci permette di inquadrare la questione della denatalità come problema sanitario. E sarebbe stato sufficiente fare un salto sul profilo Twitter della campagna per capire che l’iniziativa mirava solo a sensibilizzare sull’importanza della salute riproduttiva.
Che cosa c’entrano, allora, tutte le accuse di fascismo, maschilismo, sessismo che abbiamo letto in questi giorni? Ma soprattutto: che cosa c’è di sbagliato in un Ministero della Salute che ricorda ai propri cittadini che fattori come fumo e obesità possono compromettere la fertilità o che la maternità presenta limiti temporali? Non è forse vero che, dopo una certa età, la procreazione, oltre che difficoltosa, espone a seri rischi sia la madre sia il nascituro? E allora quale sarebbe l’atto vile e barbaro di cui è responsabile la Lorenzin? E perché, per esempio, quando il Ministero della Salute mette in guardia dai rischi legati alla guida in stato di ubriachezza, non parte nessuna levata di scudi? La sostanza, di fatto, è la stessa.

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Un’altra cartolina promozionale del Fertility Day

C’è poi chi critica la campagna perché il governo si limita agli slogan ma, concretamente, non fa nulla per sostenere la famiglia. Pur essendo questa una critica condivisibile, anche in questo caso ci troviamo di fronte a una polemica fuori luogo: Beatrice Lorenzin, infatti, si occupa di sanità, non di politiche sociali. Di nuovo, tenete a mente chi ha prodotto la campagna – non è un dettaglio di poco conto.
Mi sarei atteso che Matteo Renzi spendesse qualche parola in difesa del proprio ministro, attaccato su questioni non di sua competenza, ma il Premier non aveva l’interesse a spostare l’attenzione sulle politiche sociali del proprio governo (si sarebbe esposto in prima persona) e così ha preferito schierarsi – anche lui – contro la campagna. Imbarazzante.

Chi critica avrebbe dovuto quantomeno prendersi la briga di verificare il contenuto e il senso della campagna, anziché sparare giudizi affrettati e off-topic, dando fiato alla bocca appena qualche secondo dopo aver visto (e frainteso) un paio di cartoline promozionali e innescando così il solito, rabbioso plebiscito virale da social network.

Appurato che le critiche al Fertility Day muovono da una lettura distorta del messaggio e che per questa ragione andrebbero semplicemente archiviate alla voce “analfabetismo funzionale“, facciamo il gioco di chi s’indigna e vediamo se, anche sposando, per assurdo, l’interpretazione aberrante, queste critiche abbiano comunque ragione di esistere.
Ebbene, non mi risulta che qualcuno abbia detto, con questa campagna, che tutte le donne sono obbligate a procreare e non trovo traccia di alcuna colpevolizzazione nei confronti di chi non può o non vuole avere figli. L’iniziativa del Fertility Day si limita a dire alle coppie: “non avete tutto il tempo del mondo per creare una famiglia, meglio farlo finché giovani” e “fate attenzione ai fattori che compromettono la fertilità”. Ripeto: non c’è niente di strano che il governo abbia a cuore la questione.
Del resto, come avevo già scritto in un altro post sull’argomento, quella che molti credono essere esclusivamente una scelta personale, in realtà ha enormi implicazioni sul tessuto socio-economico di tutto il Paese, basti pensare alle conseguenze dell’inverno demografico sul sistema previdenziale. Anche per questo è ragionevole parlare di fertilità come “bene comune”. Iniziative che provino a stimolare l’opinione pubblica sul tema della salute riproduttiva sono quindi, a mio avviso, necessarie. E ricordare alle donne qual è la prerogativa biologica del genere femninile non vuol dire che la maternità debba essere il solo ambito dove le donne possano realizzarsi. E’ chiaro, però, che nessuno potrà sostituirle nel fare figli, quindi è giusto che se ne parli.

Rimando volentieri al mittente le critiche di chi crede che questo sia vetero maschilismo.
Recentemente vi raccontavo, per esempio, che nella moderna, iper-liberale Svezia, dove l’emancipazione femminile ha raggiunto vette inesplorate, un numero sempre maggiore di donne, anche in assenza di partner, acquista liquido seminale online per auto-ingravidarsi comodamente a casa (chiamasi “inseminazione domestica“). Non mi interessa discutere in questo post se l’esempio svedese possa considerarsi etico o meno, quello che dovremmo chiederci semmai è cosa spinga le donne svedesi verso una simile soluzione. Desiderio di maternità? Sicuramente, ma anche una chiara consapevolezza: perché per tenere in piedi il sistema qualcuno quei figli dovrà pur farli. Le emancipatissime donne svedesi lo sanno, ne prendono atto e non gridano all’oppressione sessista. In Italia… Apriti cielo!
Se questo è il livello della discussione, forse è un bene che gli italiani abbiano deliberatamente smesso di riprodursi.