Il web che condanna ora piange Tiziana Cantone

14 settembre 2016

Tiziana Cantone era una ragazza napoletana di trentun anni, diventata famosa sul web per un video porno amatoriale nel quale praticava sesso orale al proprio amante.
Della ragazza, in realtà, giravano diversi video, anche ben più spinti, ma solo uno di questi ha conosciuto una diffusione virale fino a diventare fonte d’ispirazione di svariati meme: quello del tradimento, appunto, dove il turpiloquio e le colorite prese in giro rivolte al fidanzato tradito hanno scatenato l’ilarità generale in tutto lo Stivale.

Oggi apprendiamo dai giornali che la ragazza ha pagato a caro prezzo quella popolarità indesiderata. Tiziana Cantone si è infatti impiccata con un foulard nella casa in cui viveva con la madre.
L’avvocato della ragazza, tempo addietro, aveva invocato il diritto all’oblio, riuscendo a ottenere dal giudice la rimozione del video in questione da motori di ricerca e social network. Tiziana sembrava quindi pronta a rifarsi una vita, aveva anche ottenuto il via libera per il cambio d’identità, ma lo sconforto deve aver preso il sopravvento.

Non spetta a me giudicare la figura di Tiziana Cantone e non intendo con questo post né riabilitarla né condannarla per le sue azioni. Voglio qui limitarmi a riportare i fatti, perché la vicenda offre interessanti spunti di riflessione e una riflessione sarebbe, a questo punto, doverosa, anche solo per evitare che certi episodi possano ripetersi ancora.
Non è la prima volta, infatti, che storie del genere si verificano in Italia.
Se la memoria non m’inganna, un caso analogo – il primo di rilevanza nazionale – è stato quello di Chiara da Perugia: una ragazzina, all’epoca minorenne, convinta dal ragazzo a concedersi di fronte alla videocamera e poi finita su tutti i circuiti peer to peer. Uno scandalo di fine anni Novanta, quando Internet era ancora una novità e i social network neanche esistevano.

Diciassette anni dopo c’è Tiziana, che, a differenza di Chiara, non era una ragazzina ingenua manipolata dal proprio partner, bensì una donna adulta, in grado di intendere e di volere. Inoltre Chiara non aveva contribuito alla diffusione di un video tanto privato, distribuito a sua insaputa.
Tiziana sapeva di essere ripresa – la frase che ha consacrato il video a imperitura memoria è proprio quel compiaciuto «Stai facendo un video? Bravo!» – ed è stata la prima a condividere quei video, seppur con una cerchia ristretta di conoscenti. Il fatto di essere consapevole, consenziente e per certi versi corresponsabile della diffusione di quel materiale non ne giustifica certo la condivisione massiccia, ma è quanto mai evidente che, anche nel 2016, la gente continua a sottovalutare i rischi in materia di privacy e sicurezza legati alle nuove tecnologie. Rischi che vanno ben oltre il discorso della condivisione di foto intime o filmati di sesso amatoriale.

jennifer-lawrence

Jennifer Lawrence, attrice stanunitense e vittima illustre di un photo leak nel 2014

Smartphone, social network, siti di e-commerce o di cloud storage. Oggigiorno siamo talmente abituati a usare certi strumenti da non fare alcuna attenzione alle informazioni che condividiamo. Eppure ogni volta che inseriamo informazioni personali su un social network, decidiamo di salvare i dettagli della carta di credito su un sito che riteniamo affidabile o carichiamo documenti privati su un dispositivo o su iCloud ci esponiamo a precisi rischi che, per quanto remoti, possono tramutarsi in amare realtà con appena un paio di click. E questo dovrebbe, almeno in teoria, obbligarci a un uso consapevole delle nuove tecnologie, perché sul web non c’è un tasto “undo” che permette di rimediare in modo rapido e indolore a un errore o a un’ingenuità. Tutto quello che facciamo, salviamo, condividiamo lascia una traccia. Spesso difficile o impossibile da rimuovere del tutto. Ecco perché dovremmo sforzarci tutti di usare le nuove tecnologie in modo più responsabile. La gente non smetterà certo di riprendere le proprie performance sessuali, ma magari comincerà a considerare dove, come e con chi si archiviano e condividono informazioni private.

La seconda riflessione che impone la vicenda di Tiziana riguarda, più nello specifico, i social network, su cui, ancora una volta, mi tocca esprimere parole molto dure (lo so, sono ripetitivo).
E’ passato oltre un secolo dalla pubblicazione dell’illuminante saggio di Gustave Le Bon, “Psicologia delle folle” (1895). In quel libro il sociologo francese mostrava come, in determinate circostanze, gli individui fossero soliti abbandonare l’uso della ragione, per assecondare gli istinti irrazionali delle masse. Ebbene, sarebbe il caso di riprendere in mano simili lavori per interpretare quello che è un fenomeno attualissimo: l’istupidimento collettivo sui social network.

Il caso di Tiziana ha confermato in maniera inequivocabile questo trend: in quelle pagine dove la ragazza napoletana era bersaglio di insulti e facili ironie, ora fioccano le parole violente di chi s’indigna, che con ogni probabilità sono, per larga parte, gli stessi ipocriti che, mesi fa, erano stati i primi a deridere e umiliare pubblicamente la ragazza. Un minimo di coerenza imporrebbe il silenzio o, al limite, una pacata presa di coscienza. Ma i social network non funzionano così, sono le piazze virtuali dove ogni giorno si emettono sentenze nette e indiscutibili. Le posizioni non vengono mai argomentate né tantomeno diluite. I giudizi sono superficiali, istintivi, violenti. Possiamo verificarlo su Twitter in qualsiasi momento: ogni giorno orde di imbecilli s’azzuffano su ogni possibile tema in un’arena virtuale dove non esistono sfumature, è tutto o bianco o nero, scontro perpetuo tra tifoserie che il giorno dopo rimescolano le fazioni per insultarsi su un nuovo argomento – l’ennesimo scontro di piazza. E nessuno ricorda cosa ha sostenuto il mese prima, per quale fazione ha combattuto.
Il discorso non vale solo per politici e giornalisti, che un giorno sostengono una tesi e qualche tempo dopo starnazzano l’esatto contrario.

Vittorio Zucconi e le Olimpiadi in Italia

Vittorio Zucconi e le Olimpiadi: una storia complicata

I social network sono quindi non-luoghi che vivono di memoria a breve termine. La morte di Tiziana ha messo in luce che questo è un tratto comune su Internet.
Questo spiega come mai chi sghignazzava compiaciuto delle prestazioni della ragazza napoletana, può ora, come per magia, inveire contro chi ne ha infangato il nome fino a spingerla a compiere un gesto tanto estremo. Poco importa se si tratta della stessa persona.
Per carità, cambiare idea è segno d’intelligenza. Ma se è un vizio costante o è arteriosclerosi o rincretinimento collettivo da social network.