Grande opera o diversivo? Referendum o plebiscito?

27 settembre 2016

Bisogna andare indietro di appena sei anni per ritrovare Matteo Renzi alla Stazione Leopolda, dove l’incredibile ascesa del Premier ha avuto inizio. Per la precisione era il novembre 2010 quando i rottamatori si riunirono per mettere, nero su bianco, il manifesto di chi chiedeva un rinnovamento, la cosiddetta “Carta di Firenze”.

Interessante, tra tutti, un passaggio in particolare:

Ci accomuna il bisogno di cambiare questo Paese, un Paese con metà Parlamento, a metà prezzo, un Paese dalla parte dei promettenti e non dei conoscenti. Che permetta le unioni civili, come nei Paesi civili; che preferisca la banda larga al ponte sullo Stretto; che dica no al consumo di suolo, e sì al diritto di suolo e di cittadinanza.

Ebbene, oggi, ventisette settembre 2016, quasi sei anni dopo, Matteo Renzi, che delle vesti del rottamatore conserva ormai ben poco, rilancia l’idea del ponte sullo Stretto.
Un’idea che la politica italiana ha riciclato per oltre trent’anni. E su cui ha sempre finito per crollare miseramente, al punto che, nella coscienza collettiva, il ponte sullo Stretto non rappresenta la grande opera per eccellezza, quella che l’Italia vorrebbe mostrare orgogliosa al mondo intero, bensì la promessa della disperazione, la più estrema velleità, l’ultima carta da giocare quando il gioco volge al termine e il politico di turno capisce di essere ormai arrivato al capolinea.

Il discorso vale anche per Matteo Renzi, sulla cui testa pende una spada di Damocle, il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre.
Il Premier sa che la sua ora è (quasi) giunta e, come molti suoi predecessori, gioca allora la carta del ponte. Un diversivo, dunque, se non un’arma di distrazione di massa.

Vincino l’ha egregiamente riassunto in una vignetta pubblicata sul Foglio: il referendum costituzionale è diventato una sorta di plebiscito sulla figura del Premier. Così da una parte abbiamo personaggi come Salvini, che continuano a ribadire che se dovesse vincere il fronte del no, Matteo Renzi sarebbe obbligato a dimettersi; dall’altra il Premier, che invece insiste e continua a ripetere un mantra dalla funzione apotropaica: «Si vota nel 2018, comunque vada il referendum».

La vignetta di Vincino apparsa sul Foglio

La vignetta di Vincino apparsa sul Foglio

Inutile sottolineare quanto sia stupido e controproducente affibbiare un significato politico a quesiti referendari di una simile importanza. Ancora una volta l’Italia dimostra di essere una democrazia incivile e immatura, ma raramente il dramma aveva assunto queste proporzioni. Possiamo finalmente decidere se mandare in soffitta il bicameralismo perfetto… E ne facciamo invece una questione di mero consenso? Poi ci chiediamo perché l’Italia non è e non riuscirà mai a essere come la Svizzera.
Semplice, gli svizzeri sono culturalmente avvantaggiati: non sono italiani.