November 30, 2004

F for fake

comunque la si pensi, oggi in Italia è successo qualcosa di rumoroso.
Il fatto strano, però, è che ho appena visto alle spalle di Fede una folla con bandiere di Forza Italia.
Allora, o hanno scioperato anche loro (e allora sì che è una notiziona) o c'è qualcosa che non torna.
La seconda?
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Kinge Konge

Peter Jackson stà girando il suo "King Kong" in nuova Zelanda, proprio dietro casa sua, dove Newsweek è andato a trovarlo. In questo periodo la divide oltre che con sua moglie Fran Walsh -sceneggiatrice ma anche producer- anche con Philippa Boyens altra storica sceneggiatrice dei suoi film.
Ha voglia di far assomigliare il suo film molto più all'originale che al successivo del '76 e ha quanto sembra, ne è molto soddisfatto.

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November 29, 2004

Murphy's rule

se i samafori che col motorino normalmente trovi verde,
stai pur certo che quando piove saranno tutti rossi.
è matematico, otto su otto.
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Ammazzateve

(e per favore, sottovoce)
"A Zeman dico che non è giusto criticare un sistema e continuare a farne parte"
così parlò quel fenomeno di Marcello Lippi ieri sera.
"Ma io voglio cambiarlo e farlo diventare più pulito" così rispose l'allenatore boemo.
Insomma, amici miei, se non siete d'accordo con qualcosa, se non vi piace questo mondo, se non vi piace Bush (o viceversa il terrorismo islamico) non rompete i coglioni a farcelo sapere, dimettetevi da questo sistema, cioè il mondo, quindi sparatevi ed amen.
Ve lo consiglia Lippi Marcello, uno che il pallone lo porta lui.
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November 28, 2004

John Wayne della Bassa

"..era uno di noi"
ma se poi scoprissero che anche l'assassino è uno di loro?
magari nato addirittura qulache km più a nord?
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"Before sunset"

.. ovvero, i film alla francese, lasciamoli ai francesi:

Pensato come seguito di "Prima dell’alba", questo "Before sunset" fa in modo che Jesse e Celine si ritrovino ora, dieci anni dopo, a Parigi in seguito alla presentazione del libro scritto da lui. Ieri Vienna ora Parigi come set ideale del loro amore o qualcosa che in qualche modo gli si avvicini.
Nonostante questo film viva di vita propria è inevitabile che l’aver visto il precedente aiuti, non tanto in termini di comprensione, quanto piuttosto a ritrovarsi già calati in quel tipo d’atmosfera e complicità.
Il regista Richard Linklater sembra attestare anche con quest’ultimo lavoro, l’infelice momento della sua vena creativa. Sono circa sei o sette anni che l’autore non riesce più a ripetere i successi ottenuti a inizio carriera, continuando però nella lodevole intenzione d’alternare film di genere completamente opposto. "Before sunset" che segue il molto modesto e sopravvalutato School of rock, non riesce infatti a riscattarsi da una mediocrità piuttosto evidente.
Costruito su tre lunghissimi piani sequenza, un paio d’altrettanto lunghe scene uniche alternate da campi/controcampi, il film potrebbe apparire abbastanza lento nel suo scorrere e perdere quindi il motivo d’interesse, ma non è così. Non è cioè questo il suo principale difetto, non ci si annoia a vedere una macchina da presa incollata ai volti più che ai corpi dei due unici protagonisti, non ci pare nemmeno lento un film iper-parlato nel quale non succede praticamente nulla. Non è questo il punto. Il punto è che quel parlato, sottolineo “quel”, gira spesso a vuoto senza andar oltre una somma di citazioni e aneddoti degni il più delle volte di stare scritti dentro i Baci Perugina. Linklater da par suo è bravo, sa creare con nulla atmosfere piacevoli e accattivanti, gli si perdonano anche piccoli buchi di sceneggiatura, ha una regia molto fluida e funzionale al tutto. Ma non basta.
Quello che manca a questo film è andare oltre il carino, pur avendo l’innegabile mestiere dei protagonisti e di chi li dirige, non possiede quello scatto che lo elevi dalla mediocrità e che lo porti almeno al livello del primo che, se non altro, ha il pregio d’esser diventato culto per generazioni di romanticoni.
Certo a voler andar più a fondo si potrebbe ritrovare in questo tipo di film un’interessante riflessione sul tempo. La scelta di realizzare un film con gli stessi attori dieci anni dopo averne fatto un primo e, contestualmente, di ribaltare e congelare questo tempo in un ipotetico contrappasso, dentro la canonica ora e mezza, ma soprattutto dentro questa manciata di lunghissimi piani sequenza, indurrebbe noi spettatori a riflettere su ciò che il cinema può fare dinnanzi allo scorrere del tempo, ai limiti imposti dalla durata o dalla singola scena.
Avrà veramente pensato a questo il regista quando ha ideato questa nuova operazione? Molto probabilmente no.
Ha pensato esclusivamente a fare un film d’intrattenimento, a sfruttare appieno il fascino parigino, qui per altro mai banale e mai da cartolina, ad affidarsi a un’ottima prova dei due attori qui anche sceneggiatori e a far sua la lezione rohmeriana. C’è riuscito in parte, cioè solo nella misura delle atmosfere e della prova attoriale, ha fallito però in quella più importante, nei contenuti, inserendo anche un po’ troppi cliché ed una Delpy cantantessa davvero, ma davvero, imbarazzante.
Né bello né brutto, mediocre.
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November 26, 2004

"Vera Drake"

di Mike Leigh (2004)
l'ultimo di Leigh è decisamente un gran film, nessun capolavoro per carità.
Raccontando la storia di questa mammara inglese degli anni '50 il regista ripercorre tutti i luoghi del suo cinema. Proletariato, disperazione, orgoglio, voglia di riscatto, oppressione e sopratutto melodramma familiare, insomma Leigh allo stato puro.
Questo film ha vinto l'ultima edizione di Venezia, provocando scandalo per aver battuto l'italico film d'Amelio. Due bei film, forse leggermente meglio questo inglese.
Più bello di loro due era l'ultimo di Kim Ki-Duk, anche questo niente di miliare ma insomma un mezzo gradino sopra sì.
Una mostra senza nemmeno un grandissimo film, è per me una mostra modesta.

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November 24, 2004

Malizia

nella prima parte era tutto un fiorire di tette strizzate dentro corsetti manco fossimo al Drive-In, solo che invece eravamo nei campi di riso del dopoguerra.
La seconda, ambientata in città anni dopo, s'è incanalata direttamente su nudità esposte: tette e culo della Brilli a profusione.
Tutto chiaro comunque, il regista di "Madame" è quell'infoiato di Salvatore Samperi.
Devo ancora comunque capire cosa c'entri questo fotoromanzo tirato per le lunghe con Madame Bovary.

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November 23, 2004

Scoprirsi

"Sparare su Michael Moore e su Fahrenheit 9/11 (con entusiasmo perfino maggiore di quello che ci metterebbe Charlton Heston) è diventato l’hobby preferito di un certo tipo di intellettuale di sinistra micragnoso, minimalista, precisetto, analitico, concentrato non dirò sull’albero, non dirò sulla foglia, ma sulle nervature della foglia, al punto di non vedere più non dirò la foresta (sarebbe troppo facile), non dirò l’albero, ma nemmeno la foglia stessa."

Considerato che per me George W. Bush e Michael Moore pari sono, per portare avanti le loro idee usano infatti le stesse identiche armi, grazie a questo illuminante articolo di Nazione Indiana, ho finalmente scoperto cosa sono:
un intellettuale di sinistra micragnoso, minimalista.
Una curiosità: se dire cazzate (cfr. balle) ed usare stampa e tv come una clava per la propria propaganda sono la foglia, quanto è pericoloso allora l'albero?


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November 22, 2004

E li chiamano progressisti

un conto è spingere verso la dedizione al sacrificio, il non tirarsi indietro, la non-paura a farsi il culo.
un conto è invece dire quattro banalità su una società dedita alla felicità e al se possibile rendere facili le cose difficili. La stessa società, poi, che paga migliaia di euro un articolo d'un professore, romanziere ma anche opinionista trombone.
(penso sia chiaro che lo spunto della interrogazione serviva solo per attaccare il pippone)
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Esorcisti e cloache..

Ciao a tutti,
sono John Frankenheimer...

ho visto l'ultimo "Esorcista" e decisamente non m'è piaciuto...
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November 19, 2004

da Mussolini a Berlusconi

ma secondo voi, il fido Vespa fà un piacere al suo padrone a chiamere il suo ultimo "libro"
in questo modo?
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O famo strano?

già lei secondo me è di una tristezza palese ma quando poi si fà fotografare così,
questa sensazione mi aumenta terribilmente.
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November 18, 2004

"The manchurian candidate"

di Jonathan Demme
grande film, non tra i migliori di Demme e ne tra i primissimi di quest'anno, ma sicuramente grande Cinema, questo sì.
Non avendo visto l'originale di John Frankenheimer non posso fare paralleli, anche perchè non servirebbe a nulla. Un film è un film a sè, remake o no che sia.
La bellezza dei lavori Demme in genere, e quindi anche di questo, è la sua non banale linearità, riuscendo a mischiare genialmente generi e scarti visivi/narrativi.
A fronte d'una prima parte un pò soporifera, la seconda decolla invece in maniera imperiosa, riuscendo a dire anche cose non banali sull'oggi, evitando però di schierarsi in maniera manicheistica.
Il presunto candidato della Manchurian sembra infatti un Democratico circondato da colleghi di partito decisamente più unilateralisti. Ripeto, poteva anche essere migliore di come è stato alla fine, ma è comunque un gran bel lavoro da vedere a tutti i costi.

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November 17, 2004

Take me out

stasera avrei voluto assolutamente vederli. Sono bravi che è uno spasso ascoltarli.
Solo che per farlo mi dovrei fare largo tra oceaniche folle di adolescenti.
Come potrei fare? due di loro fanno la mia età..

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Però dall'altra parte

ho visto un film quasi più brutto di Fahrenheit 9/11.
Quasi, è!
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November 16, 2004

Monografia: M. N. Shyamalan

La sublime forza e bellezza del non-mostrare:

[Voltaire com'è noto disse: "Non condivido le tue idee, ma sarei disposto a dare la vita affinchè tu possa esprimerle", ecco, non essendo fanatici delle verità assolute siamo ben lieti di pubblicare quasi una dichiarazione d'amore per Shyamalan scritta dal nostro redattore, una sorta di appello alla recente cloaca. N.d.E.]

M. Night Shyamalan torna con The Village, ennesimo film geniale. Sembra ormai essere questa l’alternanza nei lavori di questo straordinario regista fattosi conoscere nel ’99 col successo commerciale e di critica quale è stato The Sixth Sense. Il fatto d’essere nato in India ma cresciuto negli Stati Uniti, a Philadelphia, è evidente nei suoi lavori, specie nei primi due, dove a fianco d’una forte ricerca spirituale e metafisica viene descritto un ambiente borghese e wasp. L’elemento spirituale, o meglio una costante ricerca di questo, caratterizza il cinema di Shyamalan fino a fargli raggiungere vere e proprie vette di catarsi più che altro derivanti dall’origine indiana e dalla successiva fede cristiana del regista che sembrerà esplodere in maniera anche troppo presente, in Signs del 2002.

Spesso nei suoi film, anche Bene e Male finiscono per assomigliarsi non però in un modo qualunque, ma piuttosto in una più alta teorizzazione della mancanza di una possibile consolazione terrena. Tutta questa ricerca del trascendente è elemento costante e portante soprattutto nei primi tre lavori, mentre in quest’ultimo The Village essa appare essere stata accantonata in favore d’una più forte attenzione e credenza non più verso un’entità spirituale ma verso addirittura la fiaba o la leggenda.
Il cinema di Shyamalan vive dalla complementarità di alcuni elementi sempre presenti, seppur in maniera e proporzioni differenti a seconda del lavoro. Così accanto al già citato elemento spirituale, via via affievolitosi dopo lo spiritualissimo Signs, si trova sempre la ricerca di tutto ciò che non è mostrato e di una narrazione mai piatta. Quello che affascina in ogni film del regista anglo-indiano è l’innata propensione a mostrare la potenzialità e la natura della macchina cinema. In tutti i suoi lavori, infatti, c’è un sublime lavoro sul non-mostrato, sia da un punto di vista concettuale che da quello stilistico che emerge nelle riprese, ovvero in quello che poi ci viene mostrato dentro l’inquadratura. La possibilità di vedere il non-mostrato e la possibilità di non far vedere ciò che andrebbe convenzionalmente mostrato, ovvero il cinema. Anche a proposito di questi elementi, nella carriera del regista c’è una differenza sostanziale man mano che sono stati affrontati nel corso delle sue opere.

I primi due film, The Sixt Sense e Unbreakable facevano un discorso disturbante e spiazzante riguardo alle immagini, cercando costantemente di frapporre elementi alla visione/fruizione dello spettatore. Si cercava, cioè, di disturbare la visione del soggetto principale dell’inquadratura ostacolandolo con altri elementi. Questa cifra stilistica è andata quasi sparendo in Signs dove la resa visiva era più formalmente libera anche se la costante presenza degli alieni è per quasi tutto il film solo detta o raccontata tranne nel finale dove è invece eccessivamente mostrata per ribaltare tutto ciò che era stato precedentemente costruito. Dalla linea mediana di questo film si implode poi nel suo esatto opposto, ovvero in quest’ultimo e bellissimo The Village.
Il non-mostrato non viene più reso tale dalla frapposta presenza d’altri elementi o oggetti, ma spesso non viene proprio filmato o si sceglie di alludere ad esso. In questo ultimo lavoro ogni inquadratura o scena sembra non centrare mai il bersaglio, non inquadra mai o quasi il reale soggetto della vicenda pur conducendo lo spettatore a capire ugualmente, e meglio, ciò che vuole fargli vedere/comprendere anche attraverso un sorprendente lavoro d’insieme tra audio e montaggio video. Insomma cinema, grandissimo cinema che va oltre quello che è lecito aspettarsi e quello che ci hanno abituato a vedere, anche solo attraverso il non rigido e castrante rispetto della banale alternanza campo/controcampo. Bellissime, specie nella prima parte, alcune scene nelle quali il soggetto è solo fatto intuire o addirittura riflesso nell’acqua d’un torrente e cosi' alcuni dialoghi nei quali viene mostrato colui o coloro che ascoltano invece di chi parla. Potenzialità del cinema.

Il caratteristico fatto che il regista dissemini nei suoi lavori continui e spiazzanti colpi di scena, rischia d’apparire come una forzatura del racconto, questi sembrano messi lì apposta per stupire. Non è così. I colpi di scena sono infatti funzionali a far sì che chi vede non abbia certezza ma piuttosto capisca quanto sia labile il confine tra ciò che vediamo e l’effettiva realtà. Le sorprese di The Village, rischiano d’essere ancora più complesse e spiazzanti di quella tanto celebrata del Sesto Senso. Bellissime. Il villaggio come comunità chiusa, finita lì per paranoia della cattiveria della città, ed ora circondata da creature malvagie che l’attaccano anche senza motivo, è chiara metafora dei tempi in cui viviamo, con colpe da ambo le parti e senza mai la presunzione (e vigliaccheria) di voler rassicurare qualcuno. The Village diventa così uno tra i film più politici di sempre, riflessione sulla nostra contemporaneità o, volendo scomodare l’abusatissima formula, sugli effetti del post 11/9 in America, indagine sulla nascita di nuove paranoie e la scoperta che anche nella cattiva città c’è brava gente o sull’unilateralità delle decisioni di chi comanda. Il tutto senza dogmatismi o voglie di comizio, il che non è affatto roba da poco.
Proprio per tutte queste considerazioni, The Village sembra essere il film più completo di Shyamalan e il piu' maturo, candidandosi perciò ad essere sicuramente il più bello e straordinario di questa stagione, mentre il suo regista conferma d’essere la più sublime novità-realtà di tutto il cinema che sa ancora stupire ed ha voglia di rischiare. Sarebbe bello avere altri autori a questo livello nel cinema mondiale!
-pubblicata sull'ottimo CineBoom.
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November 15, 2004

John Landis

caro Fazio,
eppure ce l'avevi là. Perchè, invece, di chiedergli la solita (ormai anche inutile) pippa anti-Bush e pro-Kerry non gli hai chiesto cosa fà un grande regista come lui in sei anni che non gira un film?
(ho capito progressista.. uno è lì che si domanda perchè ha stravinto GWB.. finchè non sai che il film del cuore di Kerry è Animal House)

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November 12, 2004

Come si cambia

(per non morire)
Se solo Berlusconi sapesse il suo vero significato. Il vero significato di "Forza Italia" il docu-film del 1977 di Roberto Faenza sceneggiatto da Carlo Rossella. Al di là del titolo profetico, era un collage d'immagini riguardanti il mondo democristiano tendenti però a ridicolizzarlo, a farne uscire i suoi limiti e più in generale i limiti di quel mondo moderato che ad esempio osteggiava l'aborto.
Ora quello stesso Carlo Rossella è stato imposto alla guida del TG5 per indirizzarlo verso lidi più governativi.

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November 11, 2004

Il candidato

ormai è chiaro. Il prossimo grandissimo film di questa stagione sarà "The Manchurian candidate" di Demme. Non avendolo ancora visto, esce domani nelle sale, dovrei usare il probabilmente, ma la recensione preventiva è una delle cose che ritengo più belle e che difficilmente poi i miei gusti smentiscono.
Insomma, forse non sarà capolavoro tanto e quanto "The Village", ma sarà gran Cinema di sicuro.
Qui il sito ufficiale e qui l'interessante conferenza stampa veneziana.



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November 10, 2004

Son cose

la faccia più acqua e sapone della televisione italiana, ci spiega (anzi ci fà spiegare dal suo avvocato) un fallimento. Anzi, il Fallimento.
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Il lungo addio

niente male, ieri sera, la fiction su Borsellino. Buon prodotto medio, uscito dalle macchina da presa di quel bravo regista che è Tavarelli e dalla penna di Giancarlo De Cataldo, autore d'un romanzo straordinario come questo.
Comunque, nel suo genere, la migliore produzione televisiva da diversi anni in quà rimane "Ultimo" di Michele Soavi.
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November 09, 2004

Un genio, paura-buio

"Quali sono la luce ed i colori della paura?
..Ombra, oscurità, buio. Il contrario di luce,.. amore.."
così risponde Vittorio Storaro a proposito del suo lavoro sulle luci nell'ultimo Esorcista.
Il suo cachet milionario, è ora ampiamente giustificato.
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November 05, 2004

"The Village"di M. N. Shyamalan

Pennsylvania inizio diciannovesimo secolo, una comunità di persone è costretta a non uscire dal proprio villaggio a causa delle creature innominabili che abitano i boschi circostanti. Impossibile parlare di più della trama per non svelare particolari della straordinaria e sublime storia che M. Night Shyamalan ci racconta ancora una volta in maniera impeccabile.
La bellezza d’un film del genere la si può ritrovare sotto qualsiasi angolatura o prospettiva si decida di vederlo o analizzarlo.
Dal punto di vista registico? Perfetto in tecnica e narrazione. Da quello sociologico? Importante nell’affrontare il presente in maniera profonda ma non didascalica. Da quello cosiddetto meta-cinematografico? Straordinario nel saper mostrare cosa è realmente il Cinema.
Tecnica sublime e semplicità al servizio di ciò che si vuole mostrare. Sembra essere questa la formula di Shyamalan, non c’è mai e poi mai infatti uno sfoggio stilistico che appesantisca o renda maniera l’inquadratura e non risulta mai banale nel piazzare la macchina da presa. Bellissimi, specie nella prima parte, alcune scene nelle quali il soggetto è solo alluso o addirittura riflesso nell’acqua d’un torrente, o anche certi dialoghi nei quali viene mostrato colui o coloro che ascoltano invece di chi parla.
Il caratteristico fatto che il regista dissemina nei suoi lavori continui e spiazzanti colpi di scena, rischia d’apparire come una forzatura del racconto, messi lì apposta per stupire. Non è così. I meravigliosi colpi di scena sono infatti funzionali a far sì che chi vede non abbia certezza ma capisca piuttosto quanto sia labile il confine tra ciò che vediamo e l’effettiva realtà. Le sorprese di The Village, rischiano, infatti, d’essere ancora più complesse e spiazzante di quella tanto celebrata del Sesto Senso. Bellissime.
Il villaggio come comunità chiusa, finita lì per paranoia della cattiveria della città, ed ora circondata da creature malvagie che l’attaccano anche senza motivo, è chiara metafora dei tempi che viviamo, con colpe da ambo le parti e senza mai la presunzione (e vigliaccheria) di voler rassicurare qualcuno. The Village diventa così uno tra i film più politici di sempre, riflessione sulla nostra contemporaneità o volendo scomodare l’abusatissima formula di farci vedere gli effetti del post 11/9 in America, la nascita di nuove paranoie e la scoperta che anche nella cattiva città c’è brava gente o l’unilateralità delle decisioni di chi comanda. Il tutto senza dogmatismi o voglie di comizio, il che non è affatto roba da poco.
Quello che affascina in ogni film del regista anglo-indiano è l’innata propensione a mostrare la potenzialità e la natura della macchina Cinema. In tutti i suoi lavori, infatti, c’è un sublime lavoro sul non-mostrato, sia da un punto di vista concettuale che più pratico nelle riprese, ovvero in quello che poi ci viene mostrato dentro l’inquadratura.
Shyamalan inizialmente nel Sesto Senso e nel successivo e sottovalutato Unbreakable il personale lavoro sul non-mostrato lo ha fatto procedendo per eccesso, al contrario cioè di come lo esegue invece oggi in the Village. Nelle sue prime opere, infatti, riempiva l’inquadratura di elementi disturbanti la visione del soggetto principale, invece negli ultimi due lavori e specie in questo, procede per sottrazione. Ogni inquadratura o scena sembra non centrare mai il bersaglio, non inquadra mai o quasi il reale soggetto della vicenda pur conducendo lo spettatore a capire lo stesso e meglio ciò che vuole fargli vedere/comprendere anche attraverso un sorprendente lavoro d’insieme tra audio e montaggio video. Insomma Cinema, grandissimo Cinema che va oltre quello che è lecito aspettarsi e quello che ci hanno abituato a vedere, anche solo attraverso il non rigido e castrante rispetto dell’alternanza campo/controcampo.
The Village si candida perciò ad essere uno tra i migliori film da diversi anni a questa parte e sicuramente il più bello e straordinario di questa stagione, mentre il suo regista Shyamalan conferma d’essere la più sublime novità-realtà di tutto il cinema che ancora sa stupire ed ha voglia di rischiare. Ad avercene di geni così.
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November 03, 2004

L'unico contento

(ovvero se avesse vinto Kerry gli sarebbe preso un colpo)
Bush ha stravinto, per Michael Moore cazzate e affari d'oro assicurati per altri quattro anni.
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Ancora 24 ore

perchè non è facile parlare d'un capolavoro assoluto così, dopo poco averlo visto.
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