Bocciati

Il mondo è bello perché è vario. Ma ci sono sicuramente cose che talvolta lo rendono un luogo poco gradevole. Di cosa farei volentieri a meno? Qui raccolgo le mie stroncature.

L’insostenibile leggerezza di Luca Bizzarri

Luca Bizzarri è un comico – dovrebbe fare ridere. E soprattutto dovrebbe limitarsi a fare quello. Al massimo, volesse dare sfogo alla propria vena polemica, potrebbe provare con la satira, ma in genere non è celebrato per quel tipo di comicità. I suoi contenuti non sono abbastanza, come dire… Sofisticati? Eppure, di tanto in tanto, Luca Bizzarri decide di improvvisarsi qualcosa di diverso, come quel comico – genovese anche lui, chissà che aria tira da quelle parti – che ha smesso di fare il comico per reinventarsi come politico. Ecco allora che anche il nostro Luca Bizzarri si fa serio e se ne spunta con qualche sparata di pessimo gusto, come quella che potete ammirare qui sotto. Dal tono e dall’argomento potete facilmente intuire che non siamo di fronte a una semplice battuta mal riuscita. Quella di Luca Bizzarri è a pieno titolo una provocazione semi-seria, come quelle che già inframezzava durante la conduzione delle Iene. A rendere ulteriormente insopportabile l’affermazione, è la leggerezza con cui Bizzarri esterna certi pensieri di fronte a una vasta platea di fan adoranti che, per tutta risposta, se la ridono compiaciuti. C’è chi persino dice all’attore di essere un genio per l’acume di quanto appena espresso… Ovvero un’affermazione stupida, qualunquista, irrispettosa verso miliardi di credenti e che può essere facilmente smentita dalla storia, oltre che dal buonsenso: ogniqualvolta qualcuno ha provato a mettere al bando la religione, le conseguenze sono state disastrose. Ma mi guardo bene dall’entrare nel merito della questione (l’affermazione, data la… Leggi tutto »

Vacchi e il vuoto esistenziale dell’italiano medio

Ho meditato a lungo se scrivere o meno questo post. Non mi andava di contribuire all’ingiustificato chiacchiericcio sulla figura di Gianluca Vacchi. Il punto è che non c’è neanche una valida ragione per parlare di un personaggio così irrilevante. In un Paese normale non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo – questa sarebbe un’ovvietà – ma l’Italia, non mi stancherò mai di ripeterlo, non è un Paese normale e dunque eccomi qui, a scrivere anch’io di questo Peter Pan quasi cinquantenne che tanto spopola sui social network. Per prima cosa proviamo a definire Gianluca Vacchi. Interrogato sulla questione, il viveur bolognese non ha alcun dubbio: imprenditore di successo. Ma cosa avrà mai fatto di tanto superlativo quest’uomo? Fondato la Apple italiana? Ideato un business innovativo? Dato lavoro a migliaia di persone? Nulla di tutto questo. Anzi, come spiegato da diverse testate, l’attività imprenditoriale del personaggio è tutto, fuorché esaltante: basti pensare che il nostro eroe non ha mai restituito alla Banca Popolare di Verona un prestito di 10,5 milioni di euro ottenuto nel lontano 2008. La First Investments spa – principale attività del dandy più chiacchierato dell’estate – non ha potuto rimborsarlo. Chi se ne frega, «enjoy» – direbbe il viveur. In realtà, Gianluca Vacchi deve molto all’azienda di famiglia, l’IMA, di cui possiede il 30% delle quote. L’azienda, però, è amministrata dal cugino Alberto, mica da Gianluca, che fin qui può dunque definirsi ereditiere e scialacquatore. Che dire poi di quell’orda ingiustificata di fan? Il fantomatico imprenditore ha dato prova… Leggi tutto »

Vardy va via: l’ingratitudine dei tifosi del Leicester

E così Jamie Vardy passa all’Arsenal. Non l’hanno presa bene i tifosi del Leicester, che devono il titolo anche alla grinta della punta inglese, eroe indiscusso dell’incredibile stagione appena conclusa (letture consigliate: qui e qui). L’amarezza ci sta, sia chiaro, è l’amarezza di chi si rende conto che la favola è finita, di chi torna a fare i conti con la realtà, quella spietata del mercato, del pesce grande che mangia il pesce più piccolo. Ma la cattiveria, l’ingratitudine di chi si scaglia contro l’ormai ex beniamino è difficile da digerire. Non c’era alcun dubbio che, finita la stagione, questo Leicester sarebbe stato cannibalizzato dai club più grandi – la notizia in sé, quindi, non dovrebbe stupire più di tanto – e Vardy non sembrava certo destinato a diventare bandiera della società. In fondo la rapida ascesa del giocatore inglese è stata possibile non solo grazie all’impressionante forza di volontà, ma anche grazie ai cambi di maglia avvenuti nel corso della carriera. Con l’Halifax Town, per esempio, Vardy ha segnato ventisei reti: premiato giocatore dell’anno, si è poi trasferito al Fleetwood Town. Lì di reti ne ha segnate trentuno, ottenendo la promozione e, di nuovo, il titolo di giocatore dell’anno. Neanche il tempo di festeggiare che la punta era già corsa via, destinazione Leicester, dove Vardy è rimasto per quattro stagioni. Abbastanza a lungo per centrare prima l’obiettivo della promozione in Premier League, poi la vittoria del titolo, da vice-capocannoniere. E ora arriva – prevedibile – l’annuncio di un’altra partenza.… Leggi tutto »

Ciprini cuore indifferente di un partito senz’anima

Se i grillini non esistessero… Bisognerebbe proprio inventarli? A giudicare dalla recente goliardata – non riesco a trovare termine migliore – di Tiziana Ciprini, deputata del Movimento 5 stelle, credo che sia lecito porsi la domanda. La deputata pentastellata, all’indomani della strage di Bruxelles dello scorso 22 marzo, avrebbe – a suo dire – testato la sicurezza della capitale belga, lasciando volutamente incustodita una valigia in una strada della città e filmando la scena per qualche minuto col cellulare. Non essendoci stata alcuna reazione da parte delle autorità, l’ineffabile deputata del Movimento 5 Stelle avrebbe poi affidato ai social network la sua indignazione, secondo un modus operandi caro ai grillini. «Bruxelles cuore indifferente dell’Europa senz’anima», ha commentato la Ciprini. Sull’Europa senz’anima si potrebbe anche convenire, avendo il Vecchio Continente perso la propria identità a forza di seguire il politically correct e le mode d’Oltreoceano, ma in questo caso è l’esperimento della Ciprini a lasciare sbigottiti. Glissiamo sulla scarsa sensibilità di chi, all’indomani di un attacco terroristico costato la vita a ben 35 persone, pensa di realizzare una simile pagliacciata pur di destare sgomento tra quanti si indignano un giorno sì e l’altro pure. Sorvoliamo anche sulla stupidità stessa dell’idea: cosa si dovrebbe mai dimostrare abbandonando una valigia alle sette di mattina in una via deserta (magari anche periferica), per di più filmandola da due metri di distanza? Cosa immaginava che sarebbe accaduto la deputata grillina? Forse credeva che nel giro di cinque minuti sarebbero piombate le squadre d’assalto, gli artificieri, i pompieri e magari… Leggi tutto »

L’ora delle decisioni irrevocabili di Storace

Se sarò eletto sindaco di Roma convocherò in Campidoglio l’ambasciatore dell’India e gli dirò che se entro dieci giorni non tornano in Italia [i due marò] chiudiamo tutti i ristoranti indiani in città! A pronunciare il solenne (e surreale) ultimatum non è stato un amante del buon vino all’uscita dall’osteria, bensì Francesco Storace, all’apertura della campagna elettorale. Nell’acclamazione generale, con tanto di gente che urlava “bravo, bravo!”, non rendendosi conto dell’assurdità delle parole. Del resto, come già sottolineava il buon Petrolini, «il popolo quando s’abitua a dire che sei bravo, pure che non fai niente, sei sempre bravo». Qualora fosse davvero necessario specificarlo, si tratta delle tipiche sparate di chi già sa che non si troverà mai costretto (dalla realtà) a dare prova di quanto promesso in campagna elettorale. L’elezione di Storace a sindaco di Roma, infatti, è probabile quanto la caduta di un asteroide sulla Terra nelle prossime ventiquattro ore. Storace lo sa e si lancia in proclami incredibili. Questione di visibilità. Ma anche ragionando per assurdo è chiaro che nessuno, neanche un fantomatico Storace-sindaco, potrebbe mai realizzare quanto solennemente strombazzato. In che modo, infatti, potrebbe mai far chiudere i ristoranti indiani che svolgono legalmente e secondo tutte le prescrizioni del caso la propria attività? Con un’ordinanza anti-curry? O introducendo a Roma un sistema di licenze basato sulla nazionalità del titolare? E’ chiaro che un’iniziativa tanto delirante non si potrebbe comunque realizzare in alcun modo. Grazie a Dio, verrebbe da aggiungere, visto il fine persecutorio. Servirebbe solo a far sprofondare l’immagine… Leggi tutto »

Abolire Schengen: una soluzione inaccettabile

Nelle ultime settimane si è parlato con insistenza di una possibile sospensione a lungo termine degli accordi di Schengen. Per quanto criticabile possa essere oggi questa Unione Europea, non c’è dubbio che gli accordi di Schengen rientrino tra le migliori iniziative mai decise in ambito comunitario. Schengen è infatti figlia di quell’idea di Europa che poneva ancora come obiettivo primario quello della cooperazione economica. Proprio per questa ragione, rinunciare adesso al diritto ormai acquisito della libera circolazione di merci e persone, oltre a rappresentare un enorme fallimento, avrebbe anche gravi conseguenze sulle economie nazionali in un momento in cui, tra l’altro, l’Europa non brilla particolarmente. In merito si sono già espressi diversi studi: il danno economico, nel lungo periodo, sarebbe significativo. Se poi consideriamo le ragioni che potrebbero portare a una prolungata sospensione degli accordi la proposta appare ancora più irragionevole. La campagna si sarebbe infatti riscaldata dopo gli attentati di Parigi, che hanno sollevato in Europa timori più o meno fondati in materia di sicurezza. Rinunciare a Schengen per timore di attacchi terroristici sarebbe quindi come ammettere che il terrorismo ha vinto; che i popoli europei, incapaci di arginare in altro modo una simile minaccia, si sono piegati alla paura. Tra l’altro, parafrasando Franklin, chi rinuncia a diritti acquisiti per briciole di temporanea sicurezza, non merita né quei diritti né la sicurezza. Qualcuno su Twitter – perdonate la mancata attribuzione dell’autore, ma non riesco a trovare il tweet in questione – aveva ironizzato dicendo che gli accordi di Schengen sono diventati un problema quando gli euroburocrati hanno capito… Leggi tutto »

Dalla produzione industriale al centro commerciale

E così ad Arese presto aprirà un nuovo centro commerciale. Il più grande d’Italia e tra i più grandi d’Europa: centoventimila metri quadri, duecentotrenta negozi, venticinque ristoranti. Numeri impressionanti, convenite? Immaginate la quantità di clienti. Dicono che ne attirerà persino dalla Svizzera. Difficile mostrarsi critici di fronte a una simile notizia… Ma a me piace andare controcorrente. E non ho neanche bisogno di attendere l’apertura per stroncare l’iniziativa! Dell’ennesimo, megagalattico centro commerciale non saprei proprio che cosa farmene. Bocciato, quindi. Bocciato senza esitazione, il tanto atteso centro commerciale di Arese! «Ma come!» direte voi «Pensa a quanti posti di lavoro offrirà una volta aperto! Il centro commerciale di Arese è destinato a diventare il simbolo di un’Italia che cresce e torna a spendere! La risposta ai gufi che parlano di crisi quando invece i ristoranti sono pieni…» – ogni riferimento a fatti o persone NON è puramente casuale. Sarà, ma della retorica dell’ottimismo faccio volentieri a meno. E per quanto possa farmi piacere sapere che migliaia di persone troveranno un impiego grazie a questo centro commerciale, non riesco a ignorare il significato simbolico di quest’apertura. Il centro commerciale di Arese sorgerà infatti in un’area che prima era parte dello stabilimento Alfa Romeo, il più grande sito produttivo della casa automobilistica milanese. Là dove un tempo neanche troppo lontano si progettavano, disegnavano e producevano automobili poi vendute in tutto il mondo, ora sorgono capannoni dismessi che, da qui a pochi mesi, saranno rimpiazzati da negozi di abbigliamento low cost e catene di ristoranti fast… Leggi tutto »

Luci a San Siro? No, sul Pirellone: l’abuso di Maroni

Non mi interessa, in quest’occasione, addentrarmi nella questione sulle unioni civili, sulla stepchild adoption, sulla pratica dell’utero in affitto. Vorrei invece riflettere sulla storia del Pirellone di cui avete sicuramente già letto. Roberto Maroni, Presidente della Regione Lombardia, difende così la scelta di illuminare la facciata del palazzo: Family Day. Anche questa volta i soliti professionisti del “politically correct (???)” non sanno fare altro che sputare odio e intolleranza verso chi ha opinioni diverse dalle loro. Mi fanno pena. Noi andiamo avanti per la nostra strada, che è quella giusta: riconoscere i diritti di tutti, certo, ma tutelare la famiglia naturale garantendole (come noi facciamo in Lombardia) tutti quei diritti che la nostra Costituzione repubblicana stabilisce all’articolo 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. (Roberto Maroni, dal profilo su Facebook) Qui il politically correct non c’entra nulla, così come non c’entra neanche la Carta. Fino a prova contraria, il Grattacielo Pirelli appartiene non a Maroni, ma a Regione Lombardia e Comune di Milano. La bravata – perché di questo si tratta – è stata portata a termine senza un voto del Consiglio né dell’Ufficio di Presidenza. Un’iniziativa privata, insomma, su un edificio di proprietà di un’istituzione pubblica. La decisione del Presidente della Regione rappresenta quindi, a tutti gli effetti, un abuso che lede la credibilità dell’istituzione che Maroni stesso, almeno idealmente, dovrebbe rappresentare, e offende la cittadinanza intera, rappresentandone solo una parte. Giusto per chiarire i termini della questione, il punto non è il contenuto del messaggio… Leggi tutto »

Quando la vis polemica è mera autoreferenzialità

Quest’intervento è la diretta continuazione del post “Chi crede che il credente, oggi, non creda più“. Per comodità darò per scontato che abbiate già letto il post precedente, risparmiando così ripetizioni inutili. Con “Babbo Natale, Gesù adulto” Maurizio Ferraris ha perso l’occasione per indagare in maniera neutrale un argomento, quello della fede nella società secolarizzata, che meritava sicuramente di essere approfondito con maggiore serietà, mettendo cioè da parte posizioni ideologiche e pregiudizi di varia natura. Le reali intenzioni dell’autore sono chiare da subito, è l’impostazione stessa del discorso a fugare ogni dubbio: Ferraris, infatti, riduce l’intero discorso sulla fede a un solo punto, quello della resurrezione, sfruttando a proprio vantaggio le parole di Paolo, secondo cui «se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede». Dimostrando, quindi, che la maggioranza dei credenti oggi non credono nella risurrezione, si può tranquillamente sostenere che i credenti rifiutano i dogmi e si rifanno, più genericamente, a una religione individuale, del cuore. Sul fatto che i credenti devoti, praticanti oggi non credano nella risurrezione, come ho già spiegato, nutro seri dubbi. L’intero discorso di Ferraris si prefigura quindi come un’autoreferenziale digressione sul nulla. Ma, anche accettando per assurdo l’idea di fondo, non c’è dubbio alcuno che se l’autore avesse davvero voluto chiedersi, con onestà intellettuale e senza pregiudizi di sorta, in cosa crede chi crede, avrebbe evitato di muovere la polemica partendo da un argomento, quello della risurrezione, che riguarda soltanto il mondo cristiano… Leggi tutto »

Saviano: tu chiamalo, se vuoi, “intellettuale”…

Il 2015 si è chiuso col grande scandalo delle banche popolari, che ha coinvolto da vicino Pierluigi Boschi e, per la proprietà transitiva dell’insensatezza, la figlia Maria Elena, ministro dell’attuale governo Renzi. Non mi interessa prendere le difese degli interessati o del governo, così come eviterei debitamente di addentrarmi nel merito della questione, essendo già stata dibattuta in lungo e in largo. Mi interessa qui porre l’attenzione su altro. Come certo ricorderete, in prima fila a chiedere le dimissioni della Boschi c’era Roberto Saviano, secondo cui il ministro era in qualche modo colpevole di aver tutelato gli interessi del padre. In uno stato di diritto propriamente detto si ritiene giusto che le eventuali colpe di un genitore non ricadano sui figli – questo, d’altra parte, è ciò che suggerisce anche il buonsenso, ma, si sa, il buonsenso non è di casa in Italia, pertanto meglio citare l’Antitrust: per l’Authority non c’è stato alcun conflitto d’interessi, non avendo la Boschi neanche partecipato ai Cdm di approvazione dei provvedimenti “salva-banche”. Ciononostante l’intervento di Saviano, per quanto privo di ogni logica, è stato applaudito da politici, giornalisti e comuni cittadini. Per l’occasione lo scrittore napoletano è stato insignito del titolo di “intellettuale“, come già successo altre volte in passato. A questo punto c’è davvero da chiedersi che cosa sia un intellettuale. Vediamo se Treccani ci aiuta a dirimere la questione: Riferito a persona, colto, amante degli studî e del sapere, che ha il gusto del bello e dell’arte, o che si dedica attivamente… Leggi tutto »