Promossi

Demolire è facile, costruire è certamente un’impresa più ardua. Ma questa non è una buona ragione per stare sempre lì a criticare. Pensare soltanto alle brutture del mondo non lo rende certo un posto migliore. Ogni tanto bisogna ritagliarsi il tempo di elogiare, premiare, rendere grazie. Qui vi parlo delle cose che, sopravvissute al mio vaglio critico, ho avuto modo di apprezzare.

DAZN, la rivoluzione nel mercato dei diritti tv

Partirò dal presupposto che conosciate tutti Netflix, l’azienda operante nella distribuzione via internet di film e serie televisive che ha sbaragliato con la concorrenza offrendo un ottimo servizio di streaming a un prezzo accessibile. Immaginate qualcosa di simile, ma con contenuti interamente dedicati allo sport: ecco, questo è DAZN, il Netflix dello sport. DAZN funziona su diversi dispositivi (computer, TV, smartphone, tablet, persino su console di videogiochi quali Xbox e Playstation) e offre un’ampia gamma di eventi sportivi, disponibili in diretta e on demand. Giusto per citare i più popolari: calcio, pallacanestro, tennis, rugby. Per quanto riguarda, più nello specifico, il calcio, l’offerta di DAZN include Premier League, Bundesliga, Liga spagnola e persino due campionati che andrebbero semplicemente aboliti e dichiarati illegali, la massima serie francese (inguardabile) e la Serie A (che ve lo dico a fare?). Tutto in alta definizione e a un prezzo ridicolo: appena dieci Euro al mese (il primo mese, poi, è gratis). Qualcosa a dir poco rivoluzionario in un mercato come quello dei diritti tv, caratterizzato da pochi operatori e prezzi inspiegabilmente alti. Chi scrive, ha avuto la possibilità di usufruire del servizio e ne è rimasto ampiamente soddisfatto. Per quel che mi riguarda posso segnalare una sola nota stonata: gli eventi sono commentati in lingua tedesca. Già, perché DAZN è un servizio al momento disponibile solo in Germania, Svizzera e Austria (a quanto pare presto approderà anche in Giappone). Direte voi, limitante… Sarà, ma non è mica colpa di DAZN se vi ostinate a vivere… Leggi tutto »

Fertility Day: in difesa di Beatrice Lorenzin

La gente vede solo quello che vuole vedere. Soprattutto se con la coda di paglia o in malafede. Basterebbe questa frase per archiviare l’intera polemica sul Fertility Day, ideato e promosso dal Ministro della salute, Beatrice Lorenzin. Ma vediamo di capire perché il polverone sollevato dalle cartoline promozionali dell’iniziativa, oltre che pretestuoso, è anche fuori luogo. Quando si analizza un testo bisogna sempre tenere presente chi quel messaggio l’ha confezionato. Si tratta del più elementare processo di decodifica, grazie al quale possiamo inquadrare il senso del messaggio, evitando interpretazioni distorte. Partiamo quindi da una semplice costatazione: l’ideatore della campagna è il Ministero della Salute. Questo ci permette di inquadrare la questione della denatalità come problema sanitario. E sarebbe stato sufficiente fare un salto sul profilo Twitter della campagna per capire che l’iniziativa mirava solo a sensibilizzare sull’importanza della salute riproduttiva. Che cosa c’entrano, allora, tutte le accuse di fascismo, maschilismo, sessismo che abbiamo letto in questi giorni? Ma soprattutto: che cosa c’è di sbagliato in un Ministero della Salute che ricorda ai propri cittadini che fattori come fumo e obesità possono compromettere la fertilità o che la maternità presenta limiti temporali? Non è forse vero che, dopo una certa età, la procreazione, oltre che difficoltosa, espone a seri rischi sia la madre sia il nascituro? E allora quale sarebbe l’atto vile e barbaro di cui è responsabile la Lorenzin? E perché, per esempio, quando il Ministero della Salute mette in guardia dai rischi legati alla guida in stato di ubriachezza, non… Leggi tutto »

Svezia Paese modello? Sì, da non seguire

La Svezia rientra nel novero di Paesi con cui tendiamo a misurare la nostra mediocrità. L’Italia è un Paese corrotto, amministrato da una classe politica inadeguata; i servizi spesso non sono all’altezza, la disorganizzazione è evidente a tutti i livelli; la qualità della vita peggiora di anno in anno; abbiamo tra i salari più bassi d’Europa, i diritti dei lavoratori vengono calpestati di continuo e in quanto a diritti civili siamo forse ancora più arretrati. Poi ci sono Paesi come la Svizzera, la Germania, la Danimarca e, appunto, i Paesi scandinavi: organizzati, civili, dove la qualità della vita raggiunge standard per noi impensabili. Eppure non è tutto oro ciò che luccica. E il discorso vale anche per la Svezia, un Paese che sulla carta sembra perfetto, un modello di civiltà a cui tendere, ma che a ben vedere presenta anche forti debolezze. La Svezia può sicuramente vantare una democrazia più evoluta, un tenore di vita elevato e un’organizzazione di primo livello, ma è anche il triste risultato di un esperimento sociale che ha portato alla completa dissoluzione di qualsivoglia spirito di comunità. “La teoria svedese dell’amore”, l’ultimo film di Erik Gandini, regista nato in Italia da padre italiano e madre svedese, riassume egregiamente tutto ciò e, alla odierna società svedese, contrappone le parole del sociologo polacco Zygmunt Bauman e una realtà completamente diversa, l’Etiopia, che non conoscerà mai il tipo di benessere che è possibile sperimentare in Svezia, ma da cui il Paese scandinavo avrebbe molto da imparare, soprattutto sul… Leggi tutto »

Un’idea semplice per trasferire i soldi all’estero

Non mi piace scrivere il panegirico di aziende. Il motivo è semplice: non voglio che questo sito diventi un generatore di marchette o, nel migliore dei casi, un aggregatore di reviews di prodotti e servizi. Per TransferWise, però, faccio volentieri un’eccezione. Più avanti spiegherò il perché. Chi, come il sottoscritto, vive all’estero da anni, sa bene quanto possa essere frustrante trasferire soldi all’estero (per esempio per mandarne ai familiari oppure per spedire i propri risparmi altrove). Il bonifico verso l’estero richiede infatti tempi più lunghi e, nella maggior parte dei casi, è abbastanza costoso. Questo perché oltre agli eventuali cambi di valuta, non sempre favorevoli, le banche in genere applicano commissioni aggiuntive per il servizio e la conversione, spesso in maniera non del tutto trasparente. L’alternativa per chi non vuole regalare soldi alle banche con inutili commissioni è TransferWise, che nasce da un’idea estremamente semplice. Supponiamo che il cliente viva in Inghilterra e abbia la necessità di trasferire i soldi su un conto in Italia. Il cliente non dovrà fare altro che trasferire le sterline dal proprio conto inglese al conto inglese di TransferWise, dopodiché l’azienda trasferirà il corrispettivo in Euro dal proprio conto italiano al conto italiano del ricevente. Con un bonifico tradizionale ci sarebbe un’unica transazione tra due Paesi diversi; quello che invece fa TransferWise è porsi come tramite tra due trasferimenti nazionali. In questo modo i costi del servizio e di conversione sono aggirati e la banca non ha modo di speculare sulla transazione. TransferWise è quindi un’azienda che va elogiata… Leggi tutto »

Jamie Vardy, volontà di potenza allo stato puro

Qualcuno dirà che era solo un’amichevole, certamente, ma la vittoria dell’Inghilterra sulla Germania detentrice del titolo mondiale ha portato alla consacrazione definitiva quel concentrato di energia che è Jamie Vardy. Perdeva 2-0, l’Inghilterra. Poi la rimonta. E a siglare il momentaneo pareggio, proprio lui: l’eroe di Sheffield, da ieri ufficialmente nel cuore di tutti gli amanti del pallone (tedeschi a parte, forse). Rendiamoci conto: questo “ragazzo” già ventinovenne neanche cinque anni fa correva su polverosi campi di provincia. Nella stagione 2010-2011, quando ancora vestiva la maglia dell’Halifax Town, giocava nella settima serie inglese, il corrispettivo della nostra Prima Categoria. Nel giro di pochi anni non solo è arrivato in Premier League, ma con le sue diciannove reti ha trascinato il Leicester City al primo posto nella massima serie, fino a guadagnare la chiamata in nazionale. Ieri, appunto, la consacrazione definitiva. Partito dalla panchina, in appena quattro minuti ha trovato la marcatura. E che rete! Di tacco. Con Neuer tra i pali, non un portiere qualunque. L’incredibile quanto rapida ascesa potrebbe ricordare quella di Ian Wright, che giocava per lo sconosciuto Greenwich Borough prima di essere notato dagli osservatori del Crystal Palace, ma forse sarebbe più corretto paragonarlo ai nostri Schillaci e Toni: giocatori esplosi quando la maggior parte dei calciatori si avvia invece al tramonto. Eppure c’è in Jamie Vardy qualcosa che lo rende per certi aspetti unico. La fame, forse. La rabbia, l’impeto. Jamie Vardy è la massima espressione calcistica del Wille zur Macht, la volontà di potenza di nietzschiana memoria. Un mix letale di… Leggi tutto »

Becoming IAMX: Chris Corner emblema moderno

E’ il lontano (ma non troppo) 1996 quando gli Sneaker Pimps ottengono i primi consensi con 6 Underground, pezzo dalle sonorità trip hop che viene subito usato per colonne sonore e spot pubblicitari. La canzone è il punto di riferimento dell’album d’esordio della band britannica, “Becoming X”. La voce è quella di Kelli Dayton, ma per i due lavori successivi è Chris Corner, uno dei fondatori del gruppo, a stringere tra le mani il microfono. Sono gli anni di Splinter e Bloodsport. Segue lo scioglimento della band, con sommo dispiacere del sottoscritto, che con la musica degli Sneaker Pimps è cresciuto. Dalle ceneri della band britannica nasce IAMX, progetto solista di Chris Corner, che proprio in queste settimane sta girando il Vecchio Continente per promuovere il suo ultimo lavoro, “Metanoia”. Destino vuole che il tour comprenda diverse tappe nell’est Europa, dove il sottoscritto si trova di stanza. Ovviamente non ho perso l’occasione per andare a vedere dal vivo un artista che, negli anni, ho avuto modo di apprezzare. E così ho anche potuto fare una scoperta sorprendente. Se i fan degli Sneaker Pimps erano rappresentati da un gruppo piuttosto variegato, a un concerto di IAMX è possibile trovare, invece, un pubblico prevalentemente femminile e molto giovane. Ragazzine che arrivano a tatuarsi in pieno petto il logo dell’artista pur di emulare l’oggetto del desiderio (le cui canzoni, tra l’altro, sono intrise di riferimenti sessuali e caratterizzate da un’intensa carica erotica). Le infatuazioni delle giovinette per Chris Corner non sono un dettaglio di poco conto, suggeriscono qualcosa… Leggi tutto »

#JeSuisHakan, la sfida all’autoritarismo di Erdoğan

Hakan Şükür – lo ricorderanno senza dubbio gli amanti del pallone – è un ex calciatore turco, tra i protagonisti dello storico terzo posto della Turchia al Campionato mondiale di calcio del 2002 (sì, quello della Corea del Sud semifinalista tra indicibili favoritismi arbitrali, non solo a danno dell’Italia). Dopo quello storico il risultato, il calciatore tentò l’esperienza inglese e poi andò a chiudere la carriera al Galatasaray, di cui era già stato un punto di riferimento negli anni precedenti. Appese le scarpe al chiodo, l’ex attaccante si è re-inventato politico: oggi, in Turchia, Şükür è un parlamentare indipendente. Ebbene, è di una settimana fa la notizia secondo cui, a seguito di un tweet infelice, Hakan Şükür rischierebbe fino a quattro anni di galera. Ma cosa avrà mai scritto l’ex calciatore per meritare tanto? A quanto pare Şükür avrebbe usato termini poco cordiali nei confronti dell’attuale presidente turco Recep Erdoğan e di suo figlio. Poco importa che non ci sia nessun riferimento esplicito nel tweet incriminato. Poco importa che lo stesso Şükür abbia negato che il tweet fosse rivolto al presidente Erdoğan e alla sua famiglia. A quanto pare in Turchia basta il sospetto di lesa maestà per rischiare di finire in gattabuia. La cosa non dovrebbe stupire. Da anni il presidente turco è noto per la sua politica autoritaria e per la scarsa tolleranza nei confronti di chi dissente. Per esempio, è di poche ore fa la notizia che un giornale critico nei confronti del governo è stato sequestrato dalle autorità turche. Difficile dire se davvero le… Leggi tutto »

La scommessa dello Swansea, il coraggio di Guidolin

Gli italiani si sono sempre distinti nel campionato inglese, la Premier League. Cudicini, Di Canio, Di Matteo, Ravanelli, Vialli, Zola, Lombardo sono soltanto alcuni dei nomi più osannati dai tifosi inglesi. Oggi continuano a tenere alta la bandiera giocatori come Graziano Pellé, goleador del Southampton e Matteo Darmian, titolare nel Manchester United di Louis van Gaal. Anche gli allenatori hanno avuto fortuna in Premier League. Oltre al già citato Di Matteo, meritano una menzione speciale Carlo Ancelotti e Claudio Ranieri, che, come ho già avuto modo di raccontare, sta facendo grandi cose quest’anno con il suo piccolo, grande Leicester City. Negli ultimi anni, poi, alcuni italiani hanno anche pensato di investire nel calcio inglese, diventando proprietari di interi club. E’ il caso del blasonato ma decaduto Leeds, oggi di proprietà di Massimo Cellino, e del Watford, controllato dalla famiglia Pozzo, già proprietaria dell’Udinese (per la cronaca il Watford è attualmente ottavo nella massima serie inglese). Insomma, altro che perfida Albione: il calcio d’Oltremanica, oggi particolarmente in salute, continua a riservare grandi soddisfazioni agli italiani che osano rimettersi in gioco da quelle parti. Il 2016 conta già due nuovi arrivi. Lo Swansea, infatti, dopo aver portato sulla panchina, in veste di allenatore, Francesco Guidolin, si è poi assicurato la firma di Alberto Paloschi, punta, già allenato da Guidolin ai tempi del Parma. L’arrivo di Guidolin è di quelli che in Inghilterra non si aspettava nessuno, a partire dai giocatori. Se infatti in Italia abbiamo avuto modo di apprezzare i risultati e le maniere dell’allenatore veneto, in Galles Guidolin è praticamente uno… Leggi tutto »

Se Dio vuole, vi riassumo l’Italia intera

Contravvenendo alle indicazioni che io stesso ho consigliato a chi si appresta a trasferirsi all’estero, questa settimana mi sono lasciato prendere dalla nostalgia di casa e sono andato a vedere al cinema un film italiano (ricordo a chi mi legge che al momento sono di stanza in un Paese dell’Europa centro-orientale: i film italiani non sono quindi il mio pane quotidano). La pellicola in questione? Se Dio vuole di Edoardo Falcone, qui all’esordio cinematografico, prontamente premiato sia col David di Donatello sia col Nastro d’argento nel 2015, anno di uscita del film. La trama si riassume facilmente. Da una parte c’è Tommaso, padre di famiglia, medico, ateo convinto; dall’altra il figlio Andrea, un ragazzo riservato che il padre crede essere gay e che invece, una sera, sorprende tutti con un’inaspettata ammissione: «voglio diventare sacerdote». Tra i due, don Pietro: carismatico e istrionico uomo di Chiesa. Tommaso lo accusa di aver manipolato il figlio e ingaggia così una divertentissima quanto surreale battaglia. La pellicola, affidata a un cast di tutto rispetto – Marco Giallini, Alessandro Gassmann, l’immancabile Laura Morante (riuscireste a immaginare un buon film italiano di questi anni senza la sempre-affascinante attrice toscana?) – è una commedia che difficilmente potrebbe spingere lo spettatore a rispecchiarsi negli eventi che si susseguono durante il film. Il numero di famiglie che potrebbero, oggi, ritrovarsi in situazioni come quella di Tommaso e del figlio Andrea è risibile e di presbiteri alla don Pietro certo non se ne vedono molti in giro. Pur non potendo far… Leggi tutto »

Revenant, qualcuno dia un Oscar a DiCaprio!

Guardando Revenant, l’ultimo lavoro di Alejandro González Iñárritu, verrebbe da pensare che ad aiutarlo nello scrivere la sceneggiatura sia stato non Mark Smith, bensì Jean-Jacques Rousseau. Per tutta la sua durata, infatti, il film, che si rifà a eventi realmente accaduti – la pellicola racconta le vicende del cacciatore di pelli Hugh Glass – pare ricalcare il mito del buon selvaggio. Da una parte ci sono loro, gli uomini del mondo Occidentale e civilizzato, che mentono, tradiscono, stuprano, uccidono sprezzanti il nemico, considerato inferiore; dall’altra i “selvaggi”, gli indiani d’America che conoscono l’amore, sanno cos’è la riconoscenza e graziano, se le circostanze lo permettono, lo straniero. Fin qui, volendo, nulla di nuovo o particolarmente originale. La storia del cinema già conta diverse pellicole che hanno raccontato il mondo dei Nativi Americani con un occhio di riguardo (giusto per ricordarne un paio, “Piccolo Grande Uomo” e “Balla coi lupi”). Poi però c’è lui, Hugh Glass, egregiamente interpretato da Leonardo DiCaprio. Il personaggio non si limita a rappresentare il punto di contatto tra le due culture (la moglie, da cui il protagonista ha anche avuto un figlio, è una donna Pawnee), ma anche la condizione di un individuo qui sospeso tra forze primordiali e civiltà – vera o presunta che sia. DiCaprio si trova in questa pellicola costretto a sfidare e sopravvivere a entrambe, cosa che lo obbliga a morire e rinascere più volte (SPOILER – si pensi alla scena della sepoltura, ma anche al ventre di cavallo che diventa quasi ventre materno, ospitando il protagonista e offrendogli riparo). Quando negli anni Cinquanta del Novecento Ernst Jünger scriveva, nel suo Trattato del Ribelle, della… Leggi tutto »