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Svezia Paese modello? Sì, da non seguire

La Svezia rientra nel novero di Paesi con cui tendiamo a misurare la nostra mediocrità. L’Italia è un Paese corrotto, amministrato da una classe politica inadeguata; i servizi spesso non sono all’altezza, la disorganizzazione è evidente a tutti i livelli; la qualità della vita peggiora di anno in anno; abbiamo tra i salari più bassi d’Europa, i diritti dei lavoratori vengono calpestati di continuo e in quanto a diritti civili siamo forse ancora più arretrati. Poi ci sono Paesi come la Svizzera, la Germania, la Danimarca e, appunto, i Paesi scandinavi: organizzati, civili, dove la qualità della vita raggiunge standard per noi impensabili. Eppure non è tutto oro ciò che luccica. E il discorso vale anche per la Svezia, un Paese che sulla carta sembra perfetto, un modello di civiltà a cui tendere, ma che a ben vedere presenta anche forti debolezze. La Svezia può sicuramente vantare una democrazia più evoluta, un tenore di vita elevato e un’organizzazione di primo livello, ma è anche il triste risultato di un esperimento sociale che ha portato alla completa dissoluzione di qualsivoglia spirito di comunità. “La teoria svedese dell’amore”, l’ultimo film di Erik Gandini, regista nato in Italia da padre italiano e madre svedese, riassume egregiamente tutto ciò e, alla odierna società svedese, contrappone le parole del sociologo polacco Zygmunt Bauman e una realtà completamente diversa, l’Etiopia, che non conoscerà mai il tipo di benessere che è possibile sperimentare in Svezia, ma da cui il Paese scandinavo avrebbe molto da imparare, soprattutto sul… Leggi tutto »

Se Dio vuole, vi riassumo l’Italia intera

Contravvenendo alle indicazioni che io stesso ho consigliato a chi si appresta a trasferirsi all’estero, questa settimana mi sono lasciato prendere dalla nostalgia di casa e sono andato a vedere al cinema un film italiano (ricordo a chi mi legge che al momento sono di stanza in un Paese dell’Europa centro-orientale: i film italiani non sono quindi il mio pane quotidano). La pellicola in questione? Se Dio vuole di Edoardo Falcone, qui all’esordio cinematografico, prontamente premiato sia col David di Donatello sia col Nastro d’argento nel 2015, anno di uscita del film. La trama si riassume facilmente. Da una parte c’è Tommaso, padre di famiglia, medico, ateo convinto; dall’altra il figlio Andrea, un ragazzo riservato che il padre crede essere gay e che invece, una sera, sorprende tutti con un’inaspettata ammissione: «voglio diventare sacerdote». Tra i due, don Pietro: carismatico e istrionico uomo di Chiesa. Tommaso lo accusa di aver manipolato il figlio e ingaggia così una divertentissima quanto surreale battaglia. La pellicola, affidata a un cast di tutto rispetto – Marco Giallini, Alessandro Gassmann, l’immancabile Laura Morante (riuscireste a immaginare un buon film italiano di questi anni senza la sempre-affascinante attrice toscana?) – è una commedia che difficilmente potrebbe spingere lo spettatore a rispecchiarsi negli eventi che si susseguono durante il film. Il numero di famiglie che potrebbero, oggi, ritrovarsi in situazioni come quella di Tommaso e del figlio Andrea è risibile e di presbiteri alla don Pietro certo non se ne vedono molti in giro. Pur non potendo far… Leggi tutto »

Revenant, qualcuno dia un Oscar a DiCaprio!

Guardando Revenant, l’ultimo lavoro di Alejandro González Iñárritu, verrebbe da pensare che ad aiutarlo nello scrivere la sceneggiatura sia stato non Mark Smith, bensì Jean-Jacques Rousseau. Per tutta la sua durata, infatti, il film, che si rifà a eventi realmente accaduti – la pellicola racconta le vicende del cacciatore di pelli Hugh Glass – pare ricalcare il mito del buon selvaggio. Da una parte ci sono loro, gli uomini del mondo Occidentale e civilizzato, che mentono, tradiscono, stuprano, uccidono sprezzanti il nemico, considerato inferiore; dall’altra i “selvaggi”, gli indiani d’America che conoscono l’amore, sanno cos’è la riconoscenza e graziano, se le circostanze lo permettono, lo straniero. Fin qui, volendo, nulla di nuovo o particolarmente originale. La storia del cinema già conta diverse pellicole che hanno raccontato il mondo dei Nativi Americani con un occhio di riguardo (giusto per ricordarne un paio, “Piccolo Grande Uomo” e “Balla coi lupi”). Poi però c’è lui, Hugh Glass, egregiamente interpretato da Leonardo DiCaprio. Il personaggio non si limita a rappresentare il punto di contatto tra le due culture (la moglie, da cui il protagonista ha anche avuto un figlio, è una donna Pawnee), ma anche la condizione di un individuo qui sospeso tra forze primordiali e civiltà – vera o presunta che sia. DiCaprio si trova in questa pellicola costretto a sfidare e sopravvivere a entrambe, cosa che lo obbliga a morire e rinascere più volte (SPOILER – si pensi alla scena della sepoltura, ma anche al ventre di cavallo che diventa quasi ventre materno, ospitando il protagonista e offrendogli riparo). Quando negli anni Cinquanta del Novecento Ernst Jünger scriveva, nel suo Trattato del Ribelle, della… Leggi tutto »