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Grande opera o diversivo? Referendum o plebiscito?

Bisogna andare indietro di appena sei anni per ritrovare Matteo Renzi alla Stazione Leopolda, dove l’incredibile ascesa del Premier ha avuto inizio. Per la precisione era il novembre 2010 quando i rottamatori si riunirono per mettere, nero su bianco, il manifesto di chi chiedeva un rinnovamento, la cosiddetta “Carta di Firenze”. Interessante, tra tutti, un passaggio in particolare: Ci accomuna il bisogno di cambiare questo Paese, un Paese con metà Parlamento, a metà prezzo, un Paese dalla parte dei promettenti e non dei conoscenti. Che permetta le unioni civili, come nei Paesi civili; che preferisca la banda larga al ponte sullo Stretto; che dica no al consumo di suolo, e sì al diritto di suolo e di cittadinanza. Ebbene, oggi, ventisette settembre 2016, quasi sei anni dopo, Matteo Renzi, che delle vesti del rottamatore conserva ormai ben poco, rilancia l’idea del ponte sullo Stretto. Un’idea che la politica italiana ha riciclato per oltre trent’anni. E su cui ha sempre finito per crollare miseramente, al punto che, nella coscienza collettiva, il ponte sullo Stretto non rappresenta la grande opera per eccellezza, quella che l’Italia vorrebbe mostrare orgogliosa al mondo intero, bensì la promessa della disperazione, la più estrema velleità, l’ultima carta da giocare quando il gioco volge al termine e il politico di turno capisce di essere ormai arrivato al capolinea. Il discorso vale anche per Matteo Renzi, sulla cui testa pende una spada di Damocle, il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. Il Premier sa che la sua ora è (quasi)… Leggi tutto »